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«Imagine»: il sogno immortale di Lennon

Quarant’anni fa l’agguato di Chapman, ma il messaggio dell’ex Beatle resiste

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Una delle date simboliche che segnalano la svolta temporale, oltre che sociale e politica, tra gli anni Settanta e Ottanta è quella dell’otto dicembre 1980. In quel lunedì di ormai quarant’anni fa i telegiornali riportano in diretta la notizia della morte di John Lennon. In America la “break news” interrompe la diretta televisiva del “monday night” di football, mentre stanno giocando New England Patriots e Miami Dolphins. Il telecronista Howard Cosell commenta: «Ora è difficile tornare a raccontare la partita».

John, assieme a Yoko Ono, stava rientrando nella sua abitazione dell’Upper West Side di New York, dopo aver trascorso la serata negli studi della Record Plant per la registrazione di “Walking on Thin Ice”, singolo che sarebbe poi uscito nel 1981 a firma di Yoko. Quella sera John e sua moglie salutano l’autista e si dirigono verso l’ingresso del condominio Dakota, sulla 72esima strada. Sono quasi le 11 quando trovano ad aspettarli Mark David Chapman. È un 25enne originario del Texas. In una mano ha una pistola calibro 38. Spara cinque volte, quattro colpi centrano John. Arrivano i soccorsi e portano l’ex Beatle al Roosvelt Hospital, dove poco dopo morirà. Aveva compiuto quarant’anni il 9 ottobre.
Una folla di gente si riversa nelle vie dell’Upper West Side per la veglia funebre. Chapman è arrestato e incarcerato, ancora oggi è rinchiuso nella prigione di Buffalo. Prima di quell’evento era sempre stato un fan dei Beatles e, come tutti, era rimasto segnato dalla separazione dei Fab Four, avvenuta dieci anni prima. Quando si appostò fuori dal palazzo Dakota, incontrò Lennon che usciva di casa. Gli strinse la mano e tirò fuori dallo zaino una copia di “Double Fantasy” (notizia di pochi giorni fa: sarà presto venduta all’asta), l’ultimo disco di Lennon chiedendo al cantautore di autografarlo. Lui eseguì sorridendo e chiedendogli: «È tutto ciò che vuoi?». Chapman si mise a ridere, mentre un fotografo, Paul Goresh, immortalò la scena. Quella del carnefice abbracciato alla vittima. Il killer rimase lì, davanti all’ingresso della casa di John e Yoko, aspettò per ore. Fino a compiere la sua folle mis­sione. «Volevo essere famoso», farfugliò al momento dell’arresto. La polizia lo sorprese mentre stava leggendo “Il giovane Holden”, popolarissimo capolavoro di Jerome D. Salinger che, stando alle parole dell’assassino, lo avrebbe ispirato per la vita anti-sociale del protagonista.
Il giorno prima dell’omicidio, in metropolitana, Chapman aveva incrociato casualmente il cantautore James Taylor. Che avrebbe poi raccontato: «Aveva la fronte imperlata di sudore. Disse frasi insensate su un progetto che avrebbe voluto proporre a Lennon, chiedendomi di fare da tramite». Ma l’insana idea di uccidere il suo idolo, Chapman l’aveva già accarezzata e pianificata da tempo. Aveva perfino sposato Gloria Hiroko, una ragazza di origine orientale come Yoko Ono e un giorno che rientrò a casa scosso, confidò alla moglie che aveva pensato di uccidere Lennon per diventare famoso, ma che grazie al suo amore si era salvato. Poi però era ricaduto nella trama oscura del suo progetto. E due mesi dopo quell’episodio, era tornato davanti alla residenza di Lennon. Dopo l’autografo e la posa per la fotografia, mentre era in attesa che la sua vittima rientrasse, aveva incontrato il piccolo Sean Lennon, 5 anni all’epoca, accompagnato dalla tata. Si era avvicinato al passeggino sorridendo: «Darling boy», gli aveva detto. Sempre in quelle ore, ma prima di dirigersi verso gli studi della Record Plant, John e Yoko avevano fatto visita all’amica fotografa Annie Leibovitz per un ultimo e significativo “shooting”: quello, ancora oggi iconico, dove John appare nudo e avvinghiato a Yoko, mentre la bacia. Un saluto definitivo.

Stava per finire tutto. Ma la musica sarebbe rimasta. «Imagine» è il manifesto di un mondo migliore che non c’è. Ancora. Ma il messaggio vale in eterno, come il genio. Come quello di John Lennon. Ai primi di quel mese di novembre, l’America aveva celebrato le trionfali elezioni presidenziali di Ronald Reagan, altra icona degli incipienti anni ’80. Gli anni del disimpegno e dell’edonismo. Ma anche gli anni di una nuova musica con l’ingresso dell’elettronica, il dilagare della “new wave”. Lennon sembrava destinato a diventare storia. La sua musica, a distanza di quarant’anni da quel giorno cupo, resta invece immortale. Una gioia senza fine (un po’ come il calcio di Maradona).