2003 – Atroce delitto a San Michele Mondovì

L’uccisione di Mariuccia Dotto è stato uno dei casi di cronaca che più ha sconvolto la Granda, anche per le modalità “fotocopia” rispetto a quanto accaduto alla madre dell’assassino, accoltellata dal marito sedici anni prima, alla stessa età della vittima di Bruno Tacchini

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Scene del delitto che si ripetono quasi in fo­tocopia, come in un film dell’orrore, un assassino che è anche vittima del suo passato e la storia di un amore, anzi due, finiti in tragedia. Il 2 dicembre 2003 si compiva una delle più note vicende di cronaca nera che ha riguardato da vicino la provincia di Cuneo, quando a San Michele Mondovì Bruno Tacchini uccideva con trenta coltellate Mariuccia Dot­to, la donna di cui si era perdutamente innamorato, ma che riteneva “scostante” nella relazione.

Si trattava del classico delitto passionale, drammaticamente ti­pico in un’Italia che si stava sempre più rendendo conto di essere affetta dalla piaga del femminicidio, ma questo aveva qualcosa di incredibile.
“Un delitto in fotocopia. Stessa arma, stessa dinamica, stessa ora. Identica l’età delle vittime e il loro mestiere: due sarte di 47 anni. Dicono che sia come nel film “Profondo rosso” di Dario Argento: il bambino che impara il male e non se ne libera più. Perché sono identici anche lo sfondo, la scena e il movente (…)”.

Così scrisse in quei giorni Niccolò Zancan, inviato speciale de La Repubblica, per raccontare il delitto compiuto da Bru­no Tacchini, carnefice di Ma­riuccia, sua amante, come lui separato ma più vecchia di tredici anni. Sì, perché Bruno era figlio di Domenico Tacchini, che sedici anni prima aveva ce­duto alla stessa follia: l’8 giugno 1987 uccise al culmine della gelosia la moglie e mam­ma di Bruno, che aveva come Mariuccia 47 anni al momento della morte e come lei faceva la sarta, prima di togliersi la vita tagliandosi le vene con lo stesso coltello. Il primo a soccorrerla inutilmente fu proprio Bruno, all’epoca diciottenne, mai più liberatosi da quel dramma che lo ha coinvolto.

Tre lustri dopo, la storia si ripeteva, gettando nello sconforto la cittadina monregalese, così descritta nello stesso articolo ancora da Zancan: “Delitto passionale. Omicidio di paese. San Michele di Mondovì, 1.800 abitanti, un campanile, una piazza, un bar. Tutti che sanno e ricordano: è stata la stessa folle disperazione del padre’”. Un colpo alla giugulare, uno alla spalla, quindi ventotto ulteriori coltellate prima di scappare a bordo della sua Y10 e gettare coltello e borsa di Ma­riuccia durante il percorso tra Piemonte e Liguria, dove stava cercando di scappare.

Tacchini si costituì nei giorni successivi, dopo aver soggiornato presso l’abitazione di un
a­mico, del tutto ignaro dell’accaduto e fu condannato a vent’anni di reclusione, lasciando sconvolte l’ex moglie, la figlia, che all’epoca aveva sette anni, e tutta la provincia Granda.