2000 – 13 ergastoli per Donato Bilancia

Il “killer dei treni” compì diciassette omicidi in sei mesi, tra il 1997 e il 1998, anno della sua cattura, gettando nel panico il Savonese e il basso Piemonte

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La storia del Nove­cen­to italiano è stata segnata da una serie di eventi di cronaca che hanno attirato l’attenzione dell’opinione pubblica nazionale, affascinata dalle corpose narrazioni mass-mediatiche, fatte di morti impreviste, indizi, colpi di scena, arresti inattesi, ampi processi e condanne e­semplari.
Il mostro di Firenze, quello di Foligno, quello “senza nome” di Udine e “Ludwig” sono solo alcuni dei tanti appellativi entrati nella mente degli italiani che dagli anni Settanta in poi hanno seguito con il fiato so­speso le loro incredibili vicende giudiziarie. All’interno di questa (ahinoi) lunga lista, figura anche una vicenda del tutto peculiare rispetto alle altre, perché finì per coinvolgere i comuni cittadini, che per la prima volta si sentirono vulnerabili di fronte a una minaccia incontrollabile.
Stiamo parlando della cronaca legata a Donato Bilancia, il “killer dei treni”, divenuto tristemente noto a fine secolo, quando compì ben diciassette omicidi tra il 1997 e il 1998, anno della sua cattura. Nato a Po­ten­za nel 1951, Bilancia si trasferì ben presto con la famiglia nel Nord Italia, prima ad Asti e poi a Genova. Qui, complice anche il difficile rapporto con i genitori, iniziò in giovane età a rubare e a compiere diversi atti criminali. Per uno di questi, nell’e­state del 1971, anche il Tri­bu­nale di Cuneo lo condannò a tre mesi di reclusione con multa annessa per un furto semplice.
Solo alcune vicende personali, però, avrebbero potuto trasformarlo nel mostro che divenne: nel 1972 e nel 1990 finì due volte in coma a causa di gravi incidenti stradali, che ne segnarono il fisico, mentre nel 1987 fu estremamente ferito dalla morte per suicidio del fratello Michele, gettatosi sotto un treno a Genova, con in braccio il figlio di quattro anni.
Furono questi gli eventi che scatenarono la follia omicida di Bilancia, palesatasi per la prima volta il 16 ottobre 1997, quando uccise soffocandolo Giorgio Centanaro, proprietario di una bisca clandestina, reo di avere truffato l’assassino al tavolo da gioco. In quella circostanza, però, gli inquirenti archiviarono il caso stabilendo che Cen­te­naro era morto per cause naturali.
L’“escalation” a quel punto fu drammatica: dopo aver compiuto altri due omicidi legati a questioni economiche nel mese di ottobre, tra gennaio e aprile 1998 l’uomo compì diversi assassini plurimi, portando a diciassette il numero di vittime.
A generare il panico in tutta I­talia, oltre alla gravità dell’e­vento in sé, fu la totale casualità delle vittime, caratteristica uni­ca rispetto agli altri grandi casi di crimini seriali della storia nazionale: a essere uccisi furono prima dei metronotte, quindi delle prostitute con cui Bilancia aveva consumato un rapporto sessuale, infine persone assassinate apparentemente senza motivo, a bordo di treni piemontesi e li­guri.
La fobia collettiva crebbe a tal punto che, soprattutto nell’area del Savonese e del basso Piemonte, le forze dell’ordine iniziarono a controllare massivamente i veicoli circolanti, nella speranza di trovare il “killer dei treni”.
Ad incastrarlo, in modo quasi del tutto casuale, fu un episodio apparentemente di poco conto. Bilancia acquistò senza formalizzare il passaggio di proprietà una Mercedes dall’amico Pino Monello, con la quale incorse in diverse multe, perché era solito accodarsi all’auto che lo precedeva ai caselli autostradali, per evitare il pedaggio. Vistosi inondato di multe, Monello lo denunciò, innescando involontariamente le ricerche dei Carabinieri, che stavano proprio cercando una Mercedes, su segnalazione di Lorena, il transessuale scampato alla ferocia di Bilancia, che lo aveva ferito qualche settimana prima, senza però ucciderlo.
L’assassino fu finalmente arrestato il 6 maggio 1998, con un forte sospiro di sollievo da parte di tutti gli italiani. Due anni dopo, nel 2000, la sua vicenda si chiudeva con una condanna a tredici ergastoli, per via degli omicidi plurimi. Finiva così una delle pagine più inquietanti della cronaca nera italiana.