«Verduno: il trasloco vero sarà a luglio»

Il direttore generale dell’Asl Cn2 Massimo Veglio tra nuovo ospedale e Covid-19

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Domenica 10 maggio ha avuto luo­go l’avvio del trasferimento a Ver­duno delle attività ospedaliere fino ad allora ospitate presso il presidio “Santo Spirito” di Bra. Da quella data è iniziato l’utilizzo dell’ospedale “Mic­hele e Pietro Ferrero” per il reparto di medicina interna; subito dopo sono partite le attività di “day hospital” oncologico ed ematologico. Anche radiologia tradizionale e la Tac sono già attive, mentre i reparti dell’ospedale di Alba, le sale operatorie e il Dea (pronto soccorso) è previsto che vengano trasferiti nel mese di luglio 2020.

La prima parte del trasloco avviene nei giorni in cui il Cipe ha dato il via libera al completamento dell’Asti-Cuneo, più o meno in contemporanea a quando è stato comunicato lo sblocco dei “fondi Crosetto”, 24 milioni e 750 mila euro destinati a interventi di viabilità complementari all’autostrada Asti-Cuneo grazie ai quali si dovrebbe arrivare alla realizzazione della variante di frazione Pollenzo per collegare il ponte sul Tanaro con viale Nogaris, garantendo un nuovo corridoio viario di accesso all’ospedale di Verduno. Tutto ciò senza di­menticare l’emergenza sanitaria legata al Covid-19 che da mesi affligge il nostro Paese.

Un insieme di tematiche intrecciate e di grande interesse, in­tor­no a cui ha ruotato l’intervista della Rivista IDEA a Mas­simo Veglio, direttore generale dell’Asl Cn2.
Dottor Veglio, come ha vissuto e come sta vivendo l’emergenza sanitaria per il Covid-19, da di­rettore generale dell’Asl Cn2?
«Per due mesi abbiamo vissuto costantemente in azienda, adattando giorno per giorno la nostra azione agli eventi e or­ga­nizzando la risposta sul territorio, sia come attività di prevenzione che come tutela delle persone in isolamento domiciliare. Siamo anche intervenuti in maniera decisa nella gestione di quelle Rsa che versavano in situazioni critiche. Per quanto riguarda il sistema ospedaliero, è stato rivoltato come un calzino. Abbiamo dovuto adattare la risposta ai bisogni, data l’emergenza. C’era la necessità di organizzare degli spazi di assistenza, in isolamento. Sale operatorie sono diventate re­parti di rianimazione aggiuntivi. Sette settimane senza mai smettere di lavorare un’ora, anche e soprattutto di notte. Veramente molto pesante».

Com’è la situazione attuale?
«Rispecchia la situazione me­dia piemontese. Al momento, i pazienti ricoverati sono poco meno del 50% di quelli presenti nel picco, con un’e­vidente diminuzione della gravità dei casi. I pazienti sono in condizioni meno gravi di prima e sono in buona parte gestibili al di fuori della rianimazione. Però questo non basa per tornare alla normalità delle attività. Ci sono ancora molti pazienti Covid ospedalizzati. Poi dobbiamo aspettare quello che succederà in questi giorni. La ripresa della diffusione del contagio è abbastanza probabile, a causa delle prime riaperture avvenute dal 4 maggio. Erano necessarie per l’economia, ma potrebbe essere un disastro per la sa­nità. Se torniamo come pri­ma, noi non abbiamo le stesse e­nergie di allora. Il sistema sa­ni­tario è allo stremo delle forze».

Occorre, ancora, molta responsabilità da parte dei cittadini.
«Assolutamente indispensabile. Dipende molto dalle persone. Si sente la fatica di dover star chiusi in casa, ma non si percepiscono le conseguenze che derivano dal non rispettare le regole. Per il sistema sanitario, quest’emergenza ha un pe­so grandissimo. In Piemonte abbiamo avuto oltre 3.500 morti per il coronavirus, ma è un dato che spesso sembra lasciare indifferenti le persone. Se non è venuto a mancare un fa­migliare o un amico, sovente passa in secondo piano».

Verduno, come “Covid hospital”, che risposte ha dato?
«Un impegno molto parziale. Tutte le volte che si entra in un presidio nuovo, occorre prendere le misure e mettere a pun­to alcuni aspetti. L’apertura parziale ha permesso di mettere alla prova l’o­spedale. Da que­sto punto di vista, un buon test».

Nuovo ospedale “Michele e Pietro Ferrero” di Verduno. Do­menica 10 maggio è stata una data storica.
«Per noi è stata una necessità, determinata dall’emergenza. Non l’abbiamo interpretato co­me il vero e proprio inizio del trasloco, ma è stata una scelta legata esclusivamente della pan­­demia. Abbiamo trasferito la me­­dicina, perché a Verduno c’era il nucleo Covid, gestito da personale in buona parte ancora con poca esperienza. Abbiamo preferito portare lì il nucleo della Medicina, per garantire un supporto medico professionale. Altrimenti, avremmo aspettato. Il trasloco vero avverrà a luglio, appena avremo autorizzazioni e possibilità. Ci trasferiremo quando i vari reparti saranno pronti. Stiamo andando avanti pian piano, con molta fatica e ansia, ma procediamo e siamo contenti. Tutti stanno facendo la propria parte e tutti sono molto contenti dell’ospedale».