Il ritratto delle “pestilenze”

Nei secoli numerose opere si sono focalizzate sulle epidemie che hanno purtroppo scandito la storia dell’umanità. Oggi, in piena emergenza Covid-19, è forte il desiderio di affidarsi al genio artistico in modo da ritrovare libertà e bellezza

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È risaputo che, nel passato più remoto, le pandemie abbiano mietuto milioni di vittime. Tra le prime testimonianze di questi inferni si trova quella del medico greco Claudio Galeno: una “memoria” scientifica, storica e, per certi versi, anche artistica perché ispirò numerose riproduzioni anatomiche dell’epoca e fu tra i primi a descrivere e analizzare la Peste antonina che tra il 165 ed il 180 d.C. causò milioni di morti. Seguirono altre epidemie, ma per la storia e l’arte il “classico dei classici” diventerà, mille anni dopo, la Peste nera o, per dirla con le parole dello storico francese Michel Belard, “la prima guerra biologica” poiché causata dal lancio dei cadaveri infetti nella colonia genovese di Caffa, ordinato dal khan dei tartari per distruggere l’esercito nemico. Da quel momento il morbo si diffuse in Europa e i contagi provocarono la morte di quasi un terzo della popolazione totale. Fu Giovanni Boccaccio, con il suo “Decameron”, a darci una immagine dettagliata degli effetti della peste, mentre Buonamico Buffalmacco, protagonista di numerose novelle e pittore, affrescò il celebre “Trionfo della Morte” sulle pareti del camposanto di Pisa tra il 1336 e il 1341 in uno sviluppo di quindici metri di larghezza. Sui cadaveri toscani ammassati campeggia la Morte, una vecchia dai lunghi capelli e con ali di pipistrello, raffigurata mentre si avventa violentemente contro una brigata di giovani inermi. Due secoli dopo Matthias Grünewald nel “Polittico di Isenheim”, conservato nel Musée d’Unterlinden a Colmar, descriveva un’altra epidemia sviluppatasi tra Francia e Germania. Difficile da stabilire, ancora oggi, cosa fosse precisamente. All’epoca veniva vista come l’inferno sulla Terra: il Fuoco di Sant’Antonio.

Naturalmente, nell’osservare il dipinto che presenta uno scenario da incubo e nel leggere le pagine di Michiele Félibien nella sua “Histoire de Paris” redatta nel XIII secolo in Francia, si comprende che nulla avesse a che fare con l’omonima malattia, diffusa ancora oggi e meglio nota come Herpes Zoster, poiché non si sa se si trattasse di un unico contagio o se, con tale nome, si contassero diverse patologie dai sintomi affini. Sta di fatto che la stessa resistette per altri secoli sino ad aggiungersi alla famosa Peste manzoniana del 1600 nel corso della quale l’Europa vide decimata la sua popolazione; una pandemia che venne immortalata su tela dal realismo di autori quali Tanzio da Varallo in “San Carlo comunica gli appestati” e Giovan Battista Crespi in “Carlo Borromeo visita gli appestati”, nonché Nicolas Poussin ne “La peste di Ashdod” e Mattia Preti negli “Affreschi sulla peste” (Napoli, 1656-1659). In tutti i lavori si insiste sui colori della tragedia prevedendo una composizione caratterizzata da una divisione tra l’alto e il basso, tra il mondo lontano di Dio e dei Santi, solennemente composti e misericordiosi, e il mondo degli uomini, della malattia e della morte, cercando sempre di razionalizzare un evento sconvolgente e dare ordine al caos senza senso. In anni più recenti è Egon Schile a lasciarci la testimonianza probabilmente più sentita in ordine alla tremenda influenza Spagnola che, tra il 1918 e il 1920, falcidiò l’intero globo che si apprestava a uscire dal dramma della Grande guerra causando la morte di almeno 50 milioni di persone. Ne “La Famiglia” (“Die Familie”), del 1918, conservata alla Österreichische Galerie Belvedere di Vienna, il pittore si raffigurò con la moglie Edith, al sesto mese di gravidanza, in una spensierata scena di famiglia che non poté però verificarsi mai: Edith morì proprio a causa della Spagnola il 28 ottobre 1918 ed Egon la seguì pochi giorni dopo. Altre pandemie si sono purtroppo verificate in seguito all’ultima descritta ed altri artisti le hanno “fotografate”: uno per tutti lo “street artist” statunitense Keith Haring con il suo “Silence=Death” del 1987, assurto a massimo emblea della lotta contro l’Hiv.

Chiudo qui questa breve digressione su arte e pandemie poiché tantissime sono le opere che hanno trattato il triste argomento: i seppur pochi casi riportati mostrano comunque chiaramente come anche le “pestilenze” abbiano lasciato la loro impronta, e anche in modo assai profondo, sul mondo dell’arte. Covid-19, purtroppo, ha già fatto la sua parte. Rimane solo da augurarsi che l’arte possa ritornare ai suoi concetti di libertà e bellezza, magari ponendosi anche come ilare esorcizzazione, cosa che peraltro già accade sul web. Naturalmente assieme a tutti noi.