Emergenza Covid-19, Nicola Brizio: “Per una nuova editoria forse utopica, ma sicuramente necessaria”

Riceviamo e pubblichiamo la lettera dello scrittore braidese

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Nicola Brizio

Riceviamo e pubblichiamo

E il trentasettesimo giorno il governo riaprì le librerie.
Non mi sono mai accodato alla folla di ottimisti urlanti speranzosi di veder cambiare il mondo dopo l’emergenza, non siamo riusciti a cambiarlo in tempi di discreto benessere perché mai dovremmo riuscirci domani, quando saremo per forza di cose più diffidenti, più incattiviti, più impauriti e molto probabilmente più poveri?
Credo poco alla retorica dell’ “andrà tutto bene” perché già prima che il Covid arrivasse a portare subbuglio mettendo in discussione tutti i dogmi ridicoli delle nostre vite non mi pare che tutto procedesse nel migliore dei modi.
Ma questa è la mia percezione e io non ho in alcun modo la presunzione di star qui ad analizzare lo stato di salute di ogni settore che compone il tessuto sociale, economico e culturale del nostro paese scalcagnato.
Io posso parlare solo di libri perché solo in quel campo e solo in quella direzioni la mia curiosità si è mossa nel corso degli ultimi anni.
Certo la narrativa e la saggistica, le biografie e i reportage probabilmente non occuperanno le prime posizioni nella scala di priorità di chi sopravvivrà alla pandemia trovandosi domani a fare i conti con le macerie lasciate dal virus, è comprensibile e non voglio farne una colpa a nessuno.

È vero che, come vorrebbe un certo pressapochismo spicciolo, i libri non si mangiano ma è altrettanto vero che nel nostro paese una pur piccola fetta lavoratori erano in grado di portare il pane in tavola grazie alla narrativa, alla saggistica, alle biografie e ai reportage.
Editori, grafici, tipografi, traduttori, autori, correttori di bozze, persone che per troppo tempo hanno dovuto fare i conti con l’opinione comune che, con un mezzo sorriso di circostanza, continuava a ripetere che quello non era un vero lavoro.
Ecco, io non ho tempo né voglia di mettermi qui a redarguire l’opinione comune su cosa sia e cosa non sia un vero lavoro, quel che so per certo è che i libri garantivano un vero stipendio ad alcune migliaia di famiglie.
Certo striminzito, certo non proporzionato alla mole di ore trascorse in libreria o in redazione, certo frutto del compromesso tra soddisfazione (molta) e gratificazione economica (poca) in assoluta controtendenza rispetto al desiderio diffuso ma pur sempre uno stipendio.
Un intero settore rischia di essere spazzato via dagli effetti nefasti di questa crisi balorda ma negare che anche prima dell’imperversare del Covid la situazione fosse quantomeno precaria significa mettere la testa sotto la sabbia.
Colpa dei pochi lettori e della scarsa educazione nostrana alla lettura? Senza dubbio, ma ahimè questo è un dato che gli addetti ai lavori possono influenzare soltanto in parte.
Quel che possiamo fare invece è ripensare in maniera radicale, forse utopica ma assolutamente necessaria il nostro modo di vedere l’editoria italiana.
Nei punti che seguono non voglio chiedere, perché non ho alcun titolo per farlo, ma suggerire ai compagni in trincea alcuni spunti per far sì che i nostri amati libri non siano ridotti in maniera irreversibile allo stato di feticci da collezione e orpelli appartenenti alla belle epoque ante-virus.

Ai librai, vero cuore pulsante della filiera da sempre in prima linea nella romantica battaglia per la diffusione della cultura su larga scala occorre chiedere una doppia razione di coraggio, non solo quella necessaria per tenere aperti i piccoli avamposti che sono le loro attività ma anche quella necessaria a incuriosire, consigliare ed educare il lettore, come spesso sono già bravissimi a fare, alla lettura degli esordienti e degli emergenti.
Abbiamo e avremo grande bisogno di voci nuove alla fine di tutto questo ma perché le voci nuove possano essere ascoltate e poi condivise, discusse e divulgate c’è bisogno di un posto dedicato a loro in ogni vetrina, in bella vista sugli scaffali così che il lettore possa trovarne sollievo e conforto.
E anche ai lettori occorre chiedere uno sforzo, un esercizio di curiosità, di scoperta, di voglia di spingersi oltre la tranquillità della propria comfort zone letteraria, occorre chiedere fiducia nei confronti di chi racconterà il mondo dei prossimi quindici anni quando con ogni probabilità le ferite di questi giorni saranno ancora aperte.
I lettori, per utilizzare un termine in voga di questi tempi, siano contagiosi.
È noto che il virus della lettura non nuoce e così suppongo sia ragionevole credere se che ogni lettore contagiasse un asintomatico spiegandogli quanta compagnia e quanto tepore rassicurante ha trovato nelle pagine di un romanzo durante la quarantena il nostro paese smetterebbe di essere il fanalino di coda d’Europa quando si parla del modesto numero dei lettori nostrani.

Ai giornalisti e agli addetti ai lavori occorre chiedere di rischiare, di abbandonare quella sicurezza rappresentata dal recensire un best sellers e andare oltre, mescolando il proprio mestiere con quello dell’archeologo che scava e spolvera per permettere alla comunità di fruire di perle di rara bellezza che senza quell’opera certosina sarebbero rimaste sconosciute.
Il giornalismo e i recensori siano la lente d’ingrandimento da porre con attenzione sopra le centinaia di scritti validi che per troppo tempo prima del virus non hanno riscontrato nei numeri la bontà e la qualità del loro contenuto.
Agli editori occorre chiedere lungimiranza, ulteriore lungimiranza, perché non è basandosi sulle sicurezze traballanti che il settore potrà rialzarsi in un momento in cui, non credo di peccare di pessimismo, anche le sicurezze più solide saranno messe in discussione.
E infine agli autori, e qui ognuno di noi deve avere il coraggio di guardarsi allo specchio con occhio critico che è imprescindibile ora più che mai, occorre chiedere di scrivere di meno e leggere di più.
Non ho voluto citare numeri fin qui ma il fatto che in Italia uscissero, prima del Covid, circa sessantamila titoli l’anno deve far riflettere.

Possibile che davvero una persona ogni mille avesse qualcosa di veramente interessante da dire?
Pubblicare a qualsiasi costo, e qui sono certo che non sia difficile capire a quali realtà mi riferisco, non è accettabile e anzi, è umiliante per tutta la categoria e in particolare per gli emergenti di valore che si trovano a lottare con scaffali sempre troppo intasati da scritti dozzinali sui quali anche per il lettore più curioso diventa difficile e quasi impossibile andare a pescare il libro giusto.
Non mi interessa fare un sermone sulla prostituzione intellettuale, suppongo che chi si mette a scrivere abbia l’onestà di capire, a opera finita, se il proprio scritto ha un qualche valore o meno.
Se non ne ha si metta una mano sul cuore e senza remore lo cestini, è un modo come un altro per fare la propria parte, non faccia l’impossibile per propinarlo comunque a una manciata di librerie solo per un paio di selfie col proprio nome in vetrina e una dozzina di copie vendute a forza ad amici e parenti.
È il momento della responsabilità perché mai come oggi la responsabilità significa esistenza e noi non possiamo smettere di esistere proprio ora che la battaglia contro il virus lascia intravedere flebili speranze“.

Nicola Brizio, scrittore braidese