I panificatori niellesi di Nizza alla ribalta

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IDEA n.13 del 2 aprile 2020

Grazie a Géraldine Giraud

Esiste una storia comune che lega a doppio filo i comuni di Niella Tanaro e di Nizza: quella del pane. Forse non tutti sanno che, a partire dai primi decenni del 1900, molti niellesi furono cotretti a emigrare in Costa Azzurra in cerca di fortuna, dando vita a una vera e propria comunità di panificatori italiani in terra francese.

Con l’interessamento dell’amministrazione e delle associazioni locali è cresciuto il desiderio di recuperare questa tradizione attraverso convegni e attività, come racconta il sindaco, Gian Mario Mina: «Niella Tanaro è un paese di panificatori, è molto importante riscoprire le nostre radici, per questo la valorizzazione della tradizione dell’arte bianca è un progetto che abbiamo coltivato fin da subito, anche per favorire lo sviluppo turistico.

In collaborazione con il Comizio agrario di Mondovì e con la Pro loco, sono già stati realizzati due convegni, uno a ottobre 2019 e l’ultimo a febbraio, ma il nostro desiderio più grande sarebbe quello di dar vita a una vera e propria festa del pane, insieme a Confartigianato, con cui avevamo già individuato una possibile data: il 13 settembre, ma non sappiamo co me evolverà l’emergenza sanitaria».

«Questo lavoro di recupero della tradizione si sta ampliando e riscuote molto in te res se tra la popolazione, grazie an che al lavoro di ricerca portato avanti dalla giornalista francese Géraldine Giraud, che ha deciso di riscoprire le proprie origini niellesi e realizzare un “docu-film” sull’argomento», conclude il primo cittadino.

Dopo la morte di suo nonno, Géraldine Giraud ha iniziato a raccogliere materiale sulla storia dei panettieri niellesi, attraverso immagini, documenti ed interviste; inoltre per riunire i discendenti dei panettieri niellesi emigrati ha creato un gruppo Facebook molto attivo chiamato “Le Pain de Niella Tanaro”, ecco la sua storia…

In che modo la sua storia di famiglia è legata a Niella Tanaro?
«Ho sempre avuto Niella nel mio cuore. Ho tanti ricordi legati alle vacanze: quando ero bambina e ragazzina trascorrevo l’estate con i miei nonni nel la casa di famiglia a Roà Sottana. Mio bisnonno, Ludovico Manuello, è stato uno dei primi panettieri di Niella ad andare a Nizza per trovare lavoro, nel 1910. Per i suoi figli e per i suoi discendenti, anche se già nati in Francia e quindi con cittadinanza francese, Niella è sempre stata la patria del cuore. Personalmente, io mi sono sempre sentita italiana. Adesso, dopo questo lavoro di ricerca che ho svolto per raccogliere la memoria dei miei antenati, capisco meglio perché ho questi sentimenti nel mio cuore! ».

Quando ha iniziato a fare ricerche sulla tradizione dei panettieri niellesi emigrati in Francia?
«Mio nonno Marco Manuello, figlio di Ludovico, panettiere anche lui come suo fratello Giovanni, prima di morire, intorno al 2000 mi aveva parlato più in dettaglio della storia d’immigrazione di suo padre Ludovico. Dunque ho scoperto che c’era una vera e propria saga d’immigrazione che aveva al centro il paese di Niella, da dove intere famiglie di panettieri erano immigrati all’estero per sfuggire alla carestia, causata anche da rovinose grandinate avvenute intorno al 1890.

A questo punto ho intervistato tutti quelli che avevano dei ricordi del loro esilio, sia in Francia che in Piemonte. Negli archivi sia francesi che italiani, si dice che in Costa Azzurra, nel 1930, vi erano più di 200 panetterie gestite dai niellesi! Leggendo questi documenti mi sono resa conto che c’era un materiale ricchissimo di cui non si poteva e non si doveva perdere memoria.

Attraverso l’analisi di archivi, racconti e documenti personali ho capito che bisognava rendere omaggio a questi pionieri, i panettieri emigrati che producevano il pane per i francesi durante la guerra. I nielleasi hanno certamente contribuito alla storia d’a more e di odio che continua a legare Francia e Italia».

C’è qualche storia che l’ha colpita in modo particolare?
«Il processo di integrazione dei niellesi in Francia è stato come un percorso a ostacoli. Colpisce soprattutto la difficoltà, che non è molto cambiata, di essere stranieri all’estero, il razzismo quotidiano che hanno dovuto affrontare quegli italiani, chiamati “macaroni” o “mangia polenta”, per poter diventare dei veri imprenditori e a i quali i francesi non hanno fatto nessun regalo.

La deportazione di alcuni piemontesi sequestrati durante la seconda guerra mondiale, le famiglie spaccate per colpa del conflitto: quando le frontiere vennero chiuse alcuni bambini rimasero bloccati a Niella e i genitori in Francia, non potendosi più vedere, se non dietro a un filo spinato a Mentone.

Esistono delle tragedie familiari che han no lasciato delle stigmate ancora visibili oggi, al punto che per alcuni discendenti è ancore difficile parlarne. Ho scoperto anche episodi eroici, come la storia di un portapane niellese che, dopo aver vinto le gare di bicicletta a Nizza, trionfò alla Vuelta in Spagna. Ho tanti racconti di famiglia inediti e rocamboleschi che arricchiscono questa saga d’immigrazione e che finiranno nel libro a cui sto lavorando».


  UN “DOCU-FILM” PER RACCONTARE UN DESTINO COMUNE

Dal lavoro di ricerca è e merso materiale prezioso per realizzare un “docu-film”. Ci anticipa qualcosa a riguardo?

«Ripercorrerà vari episodi del percorso di emigrazione: come i niellesi sono partiti per arrivare sulla Costa azzurra fino a produrre il pane per i francesi, di come si sono mobilitati sul fronte della prima e seconda guerra mondiale e di come sono diventati dei veri imprenditori, rispettati per il loro lavoro, ma anche invidiati.

La storia parlerà della loro tenacia e soprattutto del loro amore per il pane, cosa sacra che gli ha dato qualcosa in cui credere e una tradizione alla quale i discendenti sono ancora legati. la fiamma dei panettieri niellesi non si è spenta, perché la loro anima vive anche grazie alla diaspora che li ha sparsi sui due lati della frontiera.

C’è una vera e propria comunità che rimane legata da questo destino comune alla quale vorrei dare la parola oggi. Vorrei sottolineare un’altra eredità molto bella che ho scoperto da poco: i giovani panettieri mostrano un profondo senso di amore per il pane, che producono in maniera genuina, senza aggiungere conservanti chimici o industriali.

Questo fa sì che i loro prodotti siano autentici, rispettosi dell’antica tradizione. Questo è il pane del cuore e della condivisione, che ci lega tutti. Sono si cura, ed è questo il mio obiettivo per il futuro, che la fiamma dei panettieri niellesi non si è spenta, perché esiste una bella eredità sia in Francia che in Italia che gli rende omaggio.

Il primo nome del “docufilm” era «dacci il nostro pane quotidiano» è Giovanni pensa, il panettiere del poggio a niella che mi ha dato l’idea, an che suo padre ha fatto il panettiere a Nizza. Mi ha raccontato più volte quanto il pane sia stato una cosa sacra per la sua famiglia, quanto ha inciso sul loro destino, sul loro modo di essere e di sopravvivere, la sua testimonianza è stata davvero commovente. Valuterò ancora se tenere questo titolo o no alla fine, è ancora troppo presto per dirlo».