Il calcio e il tema rimborsi, Vaudagna: “Chi vive di pallone è dilettante solo in termini di legge”

Il preparatore dei portieri saluzzese lancia l'accusa: "Oggi troppi moralismi su chi investe nel calcio"

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Tra i temi sportivi che con il coronavirus sono diventati strettamente d’attualità nelle ultime settimane, c’è sicuramente quello legato ai rimborsi di atleti, collaboratori e membri degli staff delle società dilettantistiche, che rappresentano il fulcro dell’attività sportiva in Italia.

Anche in Piemonte, ed in particolar modo nel mondo del pallone, il tema ha già preso piede, con società e calciatori che hanno già espresso i loro punti di vista sulle conseguenze economiche generate al sistema-calcio dal Covid-19.

Tra le figure coinvolte in questo confronto, ve ne sono anche alcune genericamente non troppo sotto i riflettori: i collaboratori sportivi, appunto, che quasi quotidianamente lavorano per le società sportive delle quali fanno parte.

A questi, sin dai primi decreti, ha pensato anche il Governo, disponendo un indennizzo pari a 600 euro una tantum per tutti coloro che potessero certificare la mancanza di retribuzione dovuta al Coronavirus in queste settimane. Requisito unico ma non secondario: fare della collaborazione sportiva l’unica fonte di guadagno della propria vita.

Rientra in questo identikit Enrico “Mono” Vaudagna, noto preparatore dei portieri nel saluzzese e da anni allenatore dei numeri 1 del Saluzzo Calcio.

Con lui abbiamo scambiato quattro chiacchiere sul tema, affrontando anche un’altra spinosa questione: il rapporto tra professionismo e dilettantismo.

“Oggi in Piemonte non sono pochi i collaboratori sportivi. O meglio, sono molti di più di quanti si possa immaginare a primo impatto – esordisce Vaudagna. Si pensi solo ai molti ragazzi tra i 18 ed i 25 anni che affiancano allo studio la collaborazione con piccole realtà, magari allenando qualche squadra giovanile o preparando atleticamente i giocatori. Siamo un buon numero”.

Insomma, anche nello sport c’è un’ampia fetta di lavoratori da tutelare: “Siamo tanti e se si contano anche i calciatori che vivono di calcio il numero diventa molto importante. Oggi credo che sia fortemente ipocrita parlare di parlare di dilettantismo in categorie dove ci si riunisce 5 volte a settimana o più: è dilettantismo a termini di legge, non nella realtà. E questo discorso vale sia per noi collaboratori che per ogni giocatore che ha scelto di vivere di calcio e che quotidianamente lavora in questo senso”.

Un tema, questo, che apre alla questione “taglio degli stipendi”, più che mai attuale: “Condivido la lettura di chi dice che chi fa il professionista tra i dilettanti sa di rischiare, perchè in situazioni come queste rischia di perderci molto. Non lo metto in dubbio, ma credo che sia altrettanto corretto ribadire che chi fa il professionista tra i dilettanti è appunto un professionista, non un dilettante. E’ un dilettante solo in termini di legge, bisogna precisarlo”.

Ed è qui che Vaudagna pone l’accento su un concetto a suo modo di vedere molto importante: “Credo che oggi si sia finiti per fare troppi moralismi contro i presidenti che scelgono di spendere tanto nel calcio e contro i calciatori che guadagnano con il calcio. Ognuno è libero di investire i propri risparmi come meglio crede e altrettanto di impostare la propria vita come ritiene più opportuno. Ecco perchè non credo che il calcio uscirà ridimensionato da questa crisi, e anzi, auspico che si decida di sostenere chi nel pallone e nel movimento sportivo investe ogni anno”.