La passione immensa di Chiara Rosso

La musicista saluzzese sta curando il nuovo “visual album” (il terzo) e, da cantante poliedrica qual è, ha all’attivo apprezzate incursioni in tutti i generi

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Una voce che scalda con il jazz e con la “black music”, met­te in movimento con il pop e con il rock, racconta ed emoziona con il cantautorato. Una voce plastica e poliedrica, che sa farsi materia per colonne sonore e canzoni, ma anche per pubblicità e spettacoli teatrali. È la voce della saluzzese Chiara Rosso, la quale ha trasformato la sua passione in una vera e propria carriera artistica che sta per culminare con l’uscita del suo terzo album, “The first lesson”.
“IDEA” l’ha intervistata per conoscere più da vicino il mondo musicale di Chiara.
Come nasce la tua passione per il canto? Com’è diventata prima oggetto di studio e poi carriera artistica?
«Il canto è stato una passione innata e naturale per me. Già a 3 anni cantavo le sigle degli “spot” pubblicitari radiofonici e delle serie tv, con una vocina roca ma intonata. Così mi raccontava la nonna, divertita e orgogliosa. A 8 anni sono entrata in un coro e da adolescente sono stata corista in una band rock blues. A 19 anni un amico mi iscrisse, a mia insaputa, a un concorso. E da lì è partito tutto. Fui notata e così iniziai a cantare come solista con musicisti più grandi e navigati di me. Mentre frequentavo l’Università, a Torino, decisi di iscrivermi al Centro jazz. Cantando nei locali e lavorando saltuariamente come cameriera, mi pagavo le lezioni di canto e di pianoforte. Poi sono entrata in Conservatorio, dove mi sono laureata in canto jazz. Gli anni del Conservatorio sono stati pieni di collaborazioni artistiche, sodalizi, sperimentazioni musicali, studio matto e disperatissimo e tanti concerti. E pian piano, senza che nemmeno me ne accorgessi, è diventato un lavoro. Il più bello del mondo».
Ti sei confrontata con diversi generi e hai prestato la voce a numerose formazioni. In quali progetti sei coinvolta oggi?
«Mi definisco “cantante poliedrica”. Mi sembra più sensato ed esauriente. Ho ascoltato e cantato molta musica, dal rock al blues, dal pop al funky e al soul, dal jazz alla musica d’autore italiana e internazionale. Sono in­namorata del tan­go e del flamenco che ballo e studio. In questo momento lavoro con parecchi grandi musicisti e amici: con Enzo Fornione e Carlo Gaia nei “Blues in the night” e nei “Rouge et noir”, con Max Baj negli “Hon­kers”, con i “Kasters”, con Ric­cardo Parato e Mau­rizio Ve­spa in “Me and mister Parato” e “La guêpe rouge”, con Matteo Ca­stel­lan e il “Lorca project”. Collaboro anche con meravigliose artiste come Clara Dutto e Laura Lam­berti nel “Berlin cabaret” e Sara Manna e Caterina Alifredi nel “Viharvoice trio”. Insomma, moltissimi musicisti, e altri ancora, che stimo tanto e dai quali imparo ogni giorno qualcosa».
Cantante poliedrica, abbiamo detto, ma alla base di tutto sembra esserci un amore viscerale per la co­siddetta “black music”…
«La “black music” è il “leit-motiv” della mia vita e della mia musica. Lo si nota anche dai progetti attuali. Non c’è giornata che non ascolti o studi un brano dei grandi della “black”, da Marvin Gaye a Etta James, da Ella Fitzgerald a Ray Charles, per arrivare ad artisti attuali quali Alicia Keys, Lorraine Hill, Ben Harper e Gary Clark J. È un repertorio pazzesco, immenso, per fortuna! Mi fa stare bene. Mi arriva e mi stimola. Lo propongo regolarmente anche ai miei allievi e li vedo entusiasti. È un mondo mu­sicale fatto di “groove”, ma anche di improvvisazione, anima, voci pazzesche e melodie che resteranno nel tempo».
Ti sei confrontata anche con il palcoscenico, in qualità di protagonista e regista: parlaci di “Ber­lin cabaret”.
«La Berlino della Repubblica di Weimar, il fermento intellettuale antinazista, le artiste, cantanti, ballerine e attrici che si esibivano nei “Kabarett” berlinesi, la paura di Adolf Hitler e il sarcasmo co­me arma per sconfiggerla o conviverci; la parodia della “femme fatale”, incarnata da Marlene Dietrich. La “belle époque” berlinese e le bravissime e altrettanto sconosciute artiste dei “cabaret”. Il “liberty” e la musica elegantissima di Friederich Hollaender e Misha Spoliansky, influenzata da Gershwin e dalla canzone americana. La guerra, l’omosessualità, l’amore. Sono questi i temi che ho affrontato nella stesura del copione di “Berlin cabaret”, uno spettacolo costituito da musica e ballo. In scena ci sono solo una cantante, una pianista e una ballerina. Sono mol­to orgogliosa di questo lavoro, giunto alla quarta stagione. Ogni volta che si va in scena, siamo in fibrillazione. Si tratta di reinventare in parte la scenografia e i movimenti, perché cambiano le situazioni, le dimensioni del palcoscenico. In alcuni caso il palcoscenico nemmeno c’è! Ogni replica è stata unica e fantastica».
In veste di cantautrice hai pubblicato due lavori, “Libero arbitrio” ed “Elemento H2O”. Come li descriveresti?
«“Libero arbitrio” risale al periodo in cui suonavo molto a Torino e appartenevo a quel mondo più “indie”. Con il collega e amico Daniele Cuccotti creammo un sodalizio
“etno-rock”: una chitarra e una voce. è un disco piuttosto sobrio, costituito da canzoni che parlano di viaggi, di montagna, della bellezza e della libertà del vento (“Suona il vento”), di Che Guevara, d’amore e di blues. Partecipammo al Mei di Faenza nel 2007, alla colonna sonora del film “Corazones de mujer” di Davide Sordella (“Berlin Interna­tional Film Festival” del 2008), firmata da Enrico Sabena, fum­mo tra i finalisti dell’“Atina jazz festival” del 2010, selezionati da­gli ascoltatori di “Demo” su Ra­dio2 Rai. Insomma, un bel pe­riodo di fermento, idee, voglia di fare. “Elemento H2O” è arrivato quasi sette anni dopo, a inizio 2014. È un disco molto più in­trospettivo, un viaggio nel mon­do del femminile. L’acqua simboleggia la femminilità, ma anche il bisogno di purezza e di purificazione. Musicalmente l’influenza del jazz è molto più evidente ri­spetto al lavoro precedente. Ma anche la lezione di un certo cantautorato italiano e internazionale fa sentire il suo peso. Gli arrangiamenti sono stati realizzati da Franco Olivero e il grande Riccardo Zegna mi ha concesso l’onore di suonare uno dei brani, “Salto nel vuoto”, la “bo­nus track” dell’album».
Veniamo a “The first lesson”. Cosa rappresenta per la tua crescita artistica?
«“The first lesson” è un progetto di cui sono entusiasta. Ci lavoro da almeno quattro anni. La collaborazione, questa volta, è con Fa­bio Moretti, arrangiatore, produttore, discografico, genovese di origine, ma milanese di adozione. Con­tie­ne sei brani, tre in in­glese e tre in italiano. L’atmo­sfe­ra è decisamente “new soul” con sonorità talvolta più vicine al pop. È un “ep”, ma soprattutto un “visual album”. A esso è abbinato un racconto, sempre scritto da me, e il tutto è commentato da una serie di riprese video. In questo disco parlo soprattutto d’a­mo­re, non solo l’amore passionale tra due persone, ma soprattutto l’amore universale, l’amore per la vita, e il sogno. amore e so­gno, introspezione e passionalità. Ho dedicato parecchio tempo e attenzione alle riprese video, scrivendone la sceneggiatura. In realtà, stiamo ancora ultimando questa parte, ma usciremo presto con il primo singolo. Non vedo l’o­ra: credo che questo disco rappresenti una bella svolta all’interno del mio percorso artistico. è un traguardo importante e allo stesso tempo un nuovo e stimolante punto di partenza».