Trieste-Montecarlo scalando 55 passi

Giovanni Panzera racconta la sua straordinaria traversata delle Alpi che l’ha visto pedalare per 2.200 km (68.000 metri di dislivello in salita)

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Con il Col de la Ma­do­ne e l’arrivo a Mon­tecarlo la lunga traver­sata delle Alpi è terminata: 2.200 chilometri di paesaggi spettacolari, 55 passi alpini scalati, 68.000 metri di dislivello in salita, tra fatiche, emozioni, determinazione, tanta forza di volontà e una soddisfazione immensa!
Dopo i primi giorni di faticose, ma appaganti pedalate di cui parlo nel box in alto, una tappa fondamentale è stato il passo Fedaia/Marmolada, la “montagna regina delle Dolomiti”.
La salita ai 3.343 metri attraverso la funivia mi ha portato in mezzo a un panorama mozzafiato sulle vette più famose di questa parte delle Alpi. è la montagna con l’unico ghiacciaio rimasto nel gruppo montuoso. Una delle tante vie ferrate presenti consente la visita a una prima linea del fronte italiano nella grande guerra con trincee, po­stazioni e gallerie da cui i soldati controllavano il movimento delle truppe austriache.
Con il passo di Costalunga lascio le Dolomiti. Da Bolzano una splendida strada riservata alle biciclette in una cinquantina di chilometri mi porta a Prato lo Stel­vio, dove inizia la salita a “sua maestà lo Stelvio”. Attraverso la Valle di Trafoi tra lo splendido panorama e i ghiacciai dell’Ortles Cevedale. Oc­corrono circa 26 chilometri per raggiungere i 2.760 metri su u­na strada tra le più affascinanti delle Alpi; 48 sono i tornanti che si inerpicano verso il cielo.
L’emozione di arrivare su uno dei passi più alti d’Europa è grande, un luogo dove sono state scritte pagine leggendarie della storia del ciclismo. Poi giù in discesa a rotta di collo fino a Bormio, punto di partenza per un’altra salita mitica: il Gavia.
Nella notte un violento temporale provoca nu­merosi danni e quando mi accingo a iniziare la salita c’è una brutta sorpresa: il Gavia è chiuso! Sopra Santa Caterina Valfurva si è staccata l’ennesima frana. Una transenna con un’ordinanza e la presenza del­la Polizia locale mi tolgono ogni speranza; non mi sanno dire quando la strada sarà ripercorribile. A malincuore mi tocca tornare indietro, ma il mio pensiero è già proiettato al mitico Mortirolo.
Anche qui c’è frana, ma per fortuna un ciclista del posto mi indica una strada forestale che porta più in alto del tratto di salita interrotto. Aggredisco questi veri e propri muri di asfalto e con la grinta che ha caratterizzato su questa salita Marco Pantani in una delle sue imprese più significative, l’arrivo sul Mortirolo appunto.
Salendo, mi dico: «Chi ha progettato una strada così ripida? Certo non amava i ciclisti!».
Al di là delle difficoltà il passo si trova in un ambiente alpino di grandi suggestioni. E anche questa “bestia nera” è domata.
Che i passi alpini abbiano una lunga storia lo devono ai viaggiatori e ai commercianti che li hanno usati nel corso dei secoli per trasportare ogni tipo di merce da una vallata all’altra e da un Paese all’altro. è il caso del passo Bernina che, nonostante i 2.330 metri era così frequentato che venne edificato un ospizio per da­re riparo in caso di maltempo.
Le strade allora erano mulattiere e i tempi di percorrenza erano molto lunghi così l’ospizio del Bernina divenne per molti un’àncora di salvezza. Un giorno ininterrotto di pioggia mi costringe a fermarmi e il mattino parto alla volta dello Julier Pass.
Vento, pioggia gelida e nebbia mi accompagnano per tutta la salita.
Nonostante l’abbigliamento im­permeabile, l’aria gelida si infila e mi fa tremare, però ci vuole ben altro per fermarmi. Quando arrivo sul passo, per la fitta nebbia quasi non vedo il cartello che in­dica i 2.284 metri d’altitudine.
Non si sale più, ma la discesa su una strada su cui si riversano rivoli d’acqua non è facile. I 35 chili del carrellino spingono e oc­corre frenare con accortezza: una caduta proprio non ci vuole.
Non avete mai visto un faro ma­rino a 2.046 metri,su un passo alpino? Allora dovete venire all’Oberalp Pass. Si tratta di un’at­trazione turistica che richiama curiosi, motociclisti, ciclisti e semplici turisti.
La salita si snoda nel classico am­biente elvetico. Sembra di essere parte di una cartolina: paesini in ordine, puliti, con i prati perfettamente tagliati.
Un’altra salita: il Furkpass, 2.431 metri, uno dei più suggestivi delle Alpi svizzere. La strada che porta sulla sommità è ripida, stretta, tortuosa, ma bellissima.
Mentre affronto i tanti tornanti il mio sguardo spazia sulle montagne circostanti, sul massiccio del Gottardo e sul ghiacciaio del Rodano o perlomeno su ciò che ne rimane. Senza un metro pianeggiante la strada risale per altri 6 chilometri per raggiungere il Grimsel Pass, una delle zone più ricche di minerali della Svizzera.
“Alps-Pedalando tra le aquile” continua il suo viaggio nelle Alpi svizzere, mentre all’orizzonte si stagliano le vette del massiccio dello Jungfrau con la montagna più famosa: l’Eiger. Il breve rientro in Italia è attraverso il Gran San Bernardo. La Valle d’Aosta mi attende con una delle salite che il Giro d’Italia ha reso famoso: il colle San Carlo, 10 chilometri assai impegnativi con una pendenza media del 10% e tratti al 15% il che ne fa una delle salite più dure dell’arco alpino, ma anche un naturale balcone panoramico sul massiccio del Monte Bianco e le sue vette che superano i 4.000 metri di altitudine.
Al termine della veloce discesa è la volta del valico del Piccolo San Bernardo che collega la valle di La Thuile con la Val d’Isère. Un gelido vento contrario rende ancora più difficile questa ascesa e in cima la temperatura è di soli 5 gradi
Caratteristica è la statua di San Bernardo da Mentone, patrono degli alpinisti. Proprio al colle del Piccolo San Bernardo il San­to fondò il primo ospizio destinato ad assicurare la protezione dei viaggiatori contro i briganti e l’inclemenza del tempo.
è la volta di affrontare i colli che hanno reso famoso il Tour de France e consegnato alla storia i grandi campioni delle due ruote.
Il primo è il col dell’Iseran che con i suoi 2.770 metri è uno dei valichi più alti d’Europa. Partito da Bourg Saint-Maurice, percorro l’intera Val d’Isère, ben 40 chi­lometri di salita che mettono a dura prova gambe e polmoni.
I tanti giorni trascorsi a pedalare iniziano a farsi sentire, ma il paesaggio è a dir poco straordinario e il cartello stradale che indica “Col de l’Iseran” mi fa comprendere che anche queste fatiche sono terminate.
Ma “Alps-Pedalando tra le aquile” continua a regalare emozioni ed ecco all’orizzonte il mitico Galiber, intervallato dal meno famoso Col du Telegraphe.
Questa salita non solo mi mette a dura prova, ma mi crea una grandissima emozione pensando a quel 27 luglio 1998, quando il grande Marco Pantani si prese la maglia gialla e la portò fino a Parigi siglando un’annata straordinaria vincendo il Giro d’Italia e il Tour di France.
Anch’io, compiendo la traversata delle Alpi ho scritto, nel mio piccolo, una pagina di storia su questa montagna.
Di certo ricorderò questa avventura anche per i numerosi e affettuosi incontri con ciclisti di tutte le nazionalità e anche i motociclisti che mi hanno sempre incoraggiato attraverso una parola o un gesto. L’amore per le Alpi e suoi territori non ha confini!
La ciliegina sulla torta è il mitico col d’Izoard.
Sulle sue rampe un altro ricordo indelebile mi accompagna ed è quello della Cuneo-Pinerolo che consacrò definitivamente il campionissimo Fausto Coppi nella storia del ciclismo.
Ma oggi, 17 agosto, dedico la mia fatica a un eccezionale campione che ci ha appena
la­sciati: Felice Gi­mondi, un grande uomo che, con le sue vittorie, ma anche con la professionalità, la serietà e la gentilezza, mi ha insegnato ad a­mare questo straordinario sport. Con il pensiero al­l’esempio che Felice mi ha trasmesso continuo la lunga cavalcata che, attraverso il colle del­l’A­gnello, per alcuni giorni mi por­terà sulle montagne di casa dove mi attende una graditissima sorpresa: a Ca­stel­del­fi­no il sindaco, Alberto A­nello, mi conferisce il “Cavedano Ca­vassa-Droit quoi qu’il soit” che significa “Avanti a qualsiasi costo”, un ri­conoscimento dedicato a chi af­fronta senza paura e con decisione qualsiasi sfida (foto sopra).
L’at­ten­zione passa anche attraverso que­sti gesti nei confronti di chi, nel territorio cuneese è in rado di aprire gli orizzonti a 360 gradi.
La lunga cavalcata tra le Alpi prosegue con i colli Sampeyre, E­sischie, Fauniera, Sant’Anna di Vinadio, Lombarda e i 2.802 me­tri dell’anch’esso mitico col de la Bonette.
Per terminare questa indimenticabile traversata al­pina, ecco infine i colli che mi avvicinano al mare: il col de la Cayolle, il col de la Couillole, il col St.-Martin, il famoso col de Turini, il col de Braus e il Col de la Madone, dal quale si vede il mare della Costa azzurra.