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La fondazione ARCO merita il nostro sostegno

Il dottor Marco Merlano spiega i risultati ottenuti nelle ricerca sul cancro e quelli che si potrebbero raggiungere

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Il dottor Marco Merlano è il direttore della struttura complessa di Oncologia me­dica
del­l’azienda ospedaliera “Santa Cro­ce e Carle” di Cuneo, oltre che del Polo oncologico del capoluogo del­la Granda.
La sua è un’esistenza spesa con passione e dedizione a favore della ricerca.
Fa parte di numerose società scientifiche: Asso­ciazione italiana di oncologia me­dica,
“re­ferring member” del­l’Or­ga­nizzazione europea per la ricerca sulle terapie per il cancro (Eortc), Euro­pean Society of me­dical oncology, membro o­no­rario di New En­gland cancer So­cie­ty e di American Society of medical on­cology.
Il dottor Merlano è socio fondatore della fondazione “Arco”.
“IDEA” lo ha intervistato.
Che cosa è “Arco”?
«È una fondazione che promuove la ricerca in campo oncologico nella Granda in collaborazione con l’azienda ospedaliera “Santa Croce e Carle” di Cuneo».
Come opera?
«Gestisce il laboratorio di ricerca che l’Azienda ospedaliera ospita all’ospedale “Carle” e che coopera strettamente con i Reparti di oncologia e di radioterapia. La sua attività è iniziata nel 2005 e ha già supportato ricerche pubblicate su prestigiose riviste scientifiche internazionali».
Quindi la fondazione “Arco” promuove ricerca nel campo dei tumori a Cuneo da molti anni, ma è una realtà cuneese poco conosciuta. Perché?
«Perché tutte le nostre energie sono indirizzate alla ricerca e non abbiamo né i mezzi, né la capacità di dedicarci anche alla diffusione della nostra immagine».
Da dove arrivano i fondi necessari alla vostra attività?
«Dalle donazioni. Viviamo di donazioni da aziende locali e da privati cittadini e grazie ai progetti di ricerca presentati a fondazioni Onlus e finanziati. Abbiamo in corso, ad esempio, ricerche fi­nanziate dalla fondazione “Crt” e dalla Lega italiana per la lotta contro i tumori (Lilt)».
Immagino che le donazioni non siano molte, visto che “Arco” è poco conosciuta…
«È vero, avremmo bisogno di essere meglio conosciuti e stiamo cercando di farlo con l’aiuto di persone che su base volontaria cercano fondi per opere benefiche. Speriamo che questa collaborazione vada in porto…».
Il laboratorio di ricerca del “Carle” di cui parlava ha personale dedicato?
«Sì, oggi si avvale di giovani biologi che seguono i progetti di ricerca e che hanno continui scambi con i clinici, oncologi e radioterapisti, coinvolti nei progetti stessi. Anche questa è una ricaduta positiva, non crede? Teniamo sul territorio giovani cervelli che senza “Arco” dovrebbero rinunciare alla loro passione per la ricerca o emigrare chissà dove».
Quali sono gli argomenti di cui vi occupate in questo periodo?
«Da diversi anni ci occupiamo di immunologia e di immunoterapia. E stiamo coprendo uno spazio che non è di interesse per le case farmaceutiche (e, quindi, non gode dei cospicui finanziamenti che esse possono mettere in campo): studiamo gli effetti immunologici dei farmaci antitumorali classici quando usati a dosi e in modi diversi rispetto al loro uso tipico. Alcuni farmaci antitumorali usati a basse dosi protratte, infatti, modulano il sistema immunitario favorendo la sua riattivazione, in particolare se usati insieme alle moderne immunoterapie. Questa diversa modalità d’utilizzo ha anche il vantaggio di non avere quasi nessun effetto collaterale. Inoltre molti farmaci nuovi non sono stati studiati per le loro proprietà immunologiche e questa lacuna rende difficile capire quando e come usarli».
Ci può fare un esempio?
«Certo! Abbiamo appena finito una ricerca su un farmaco antiangiogenetico usato in alcuni tumori, fra cui quello del colon-retto. Il farmaco è attivo in un numero limitato di pazienti e dotato di effetti collaterali non trascurabili. Tuttavia, occasionalmente, si osservano risultati spettacolari con riduzione della malattia di lunghissima durata, come avviene per l’immunoterapia. Partendo da questa osservazione abbiamo studiato l’assetto immunitario dei pazienti che ne fanno uso, e abbiamo scoperto che coloro i quali beneficiano del trattamento con questo farmaco hanno un assetto immunitario particolare. Se questi dati saranno confermati, si potrà usare il medicinale solo sui pazienti che hanno le caratteristiche per trarne beneficio, evitando agli altri la tossicità del trattamento.
Ov­via­mente i nostri risultati dovranno essere verificati in ricerche simili condotte da altri, prima di poter essere utilizzati nella pratica clinica, ma così funziona la ricerca in qualunque campo: i risultati vanno verificati e riprodotti».
Come vi collocate nel panorama della ricerca clinica oncologica? Avete collaborazioni con altre strutture che fanno ricerca?
«La ricerca vive di scambi e noi non facciamo certo eccezione! Ovviamente le collaborazioni si instaurano su specifici progetti e questo fa sì che possono cambiare nel tempo in base agli obiettivi. In questo momento abbiamo collaborazioni strette con l’Uni­versità di Torino, con l’Istituto tu­mori di Candiolo, con le Uni­ver­sità di Pisa e di Genova e con l’Istituto tumori di Milano».
Quanto costa la ricerca?
«Tanto! Ci sono le spese di gestione (stipendi, manutenzioni, acquisizioni di nuove attrezzature) e le spese per le ricerche. Mentre queste ultime sono coperte dai finanziamenti per specifici progetti, le prime vanno nella voce “gestione generale” e sono coperte dalle donazioni. Purtroppo con quei fondi riusciamo appena a coprire gli stipendi e la manutenzione delle attrezzature in dotazione, ma quando dobbiamo acquisire nuovi strumenti sono dolori. Per esempio in questa fase avremmo bisogno di un citofluorimetro a flusso, che costa più di 100.000 euro e non abbiamo i fondi necessari. Per il momento cerchiamo di sopperire grazie ai Centri con i quali collaboriamo, affidando a loro le attività che richiedono quello strumento. Però, come può immaginare, dobbiamo aspettare che il loro strumento sia libero per poterci lavorare noi».
Vuole dire qualche cosa ai lettori di “IDEA”?
«Sì: aiutateci a continuare a lavorare! “Arco” è una piccola realtà, ma lavora con entusiasmo ed efficienza. Se non ci fosse, al progresso in oncologia mancherebbe. Così come un muro è fatto di tanti mattoni e tutti sono necessari, anche la ricerca oncologica è fatta di tante realtà e ognuna contribuisce al progresso generale come ogni mattone collabora alla stabilità del muro».

BaNNER