Cuneo: un Domenico Quirico intenso e coinvolgente ha aperto Scrittorincittà| Il giornalista de La Stampa ha parlato con grande trasporto della sua esperienza sui luoghi della guerra e del tema migranti

0
740

Se il buongiorno si vede dal mattino, questa sarà una grande edizione di Scrittorincittà. Il primo incontro, quello inaugurale, è stato davvero coinvolgente e di grande intensità.

 

Mai banale, Domenico Quirico, giornalista inviato di guerra de La Stampa, per circa un’ora e mezza ha tenuto attaccato alla sedia il pubblico della Sala blu del Centro Incontri della Provincia, parlando con passione e trasporto di temi delicati come quelli della guerra e dell’immigrazione, partendo sempre dal proprio vissuto. Perché, come ha sottolineato più volte con forza, “non sei un giornalista se non vivi quello di cui scrivi”.

 

Il titolo dell’incontro, “Quello che resta”, si legava bene al tema di questa edizione di Scrittorincittà, “Briciole”, e al contenuto dell’ultimo libro di Quirico, “Succede ad Aleppo”, in cui ripercorre gli anni della guerra civile in Siria: “Una guerra nella quale vengono utilizzati tutti gli strumenti di ultima generazione, ma che è anche antica e feroce per il grande odio per il nemico, che deve essere annientato, sgozzato. Una guerra che ha fatto 500 mila morti in 6 anni. Solo dopo aver dato una faccia ad ognuno di loro si può avere il diritto per cominciare a parlare della tragedia siriana. Per noi la guerra è un attentato, che è una cosa terribile, ma non è nulla paragonato a chi deve fare i conti con i bombardamenti quotidiani”.

 

Dopo aver spiegato il suo punto di vista sulle idee (“Non mi interessano, non suscitano in me alcuna attenzione, a me interessano gli uomini, nient’altro”), Quirico ha affrontato il tema dei migranti: “C’è quello definito ‘utile’, che sa fare qualcosa e si può impiegare in qualche modo, e poi c’è quello detto ‘inutile’: ecco, il mio migrante, quello che mi interessa, è quello completamente inutile, quello che arriva a Lampedusa col barcone, che non ha niente e con cui non si riesce neanche a comunicare. E’ un peso, un onere, non si può utilizzare per fare nulla: per lui chiedo il diritto assoluto ed incondizionato di entrare, perché offre l’occasione di dimostrare quello che diciamo di essere. Noi siamo gli eredi di quelli che nel 1700 hanno compiuto un’operazione straordinaria, prendendo il concetto di diritto e applicandolo all’uomo astratto; oggi stiamo facendo il contrario, attribuendo quei diritti a qualcuno e ad altri no: il migrante ‘inutile’ dà l’opportunità di dare un calcio a tutto questo, ecco perché lo adoro”.

 

Infine, l’inviato de La Stampa ha chiuso l’applauditissimo incontro spiegando il proprio modo di intendere il mestiere di giornalista: “Se non vivo una storia, non la scrivo: devo vivere le stesse cose che vivono le persone che racconto, nella medesima maniera. Se non lo faccio, non ho il diritto di scrivere: è un problema di rapporto con gli uomini, di responsabilità morale”.  

 

Gabriele Destefanis