Inaugura a Mondovì la mostra “Colori e segni. Le molte presenze nella realtà dell’arte informale astratta”

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Venerdì 14 aprile 2017, alle ore 17,30, presso il Centro Espositivo ex Chiesa di S. Stefano, via S. Agostino 24, Mondovì, verrà inaugurata la mostra “Colori e segni. Le molte presenze nella realtà dell’arte informale astratta” degli artisti Corrado Ambrogio, Riccardo Cordero, Francesco Franco, Tanchi Michelotti, Piero Simondo, Bruno Capellino, ai quali verranno accostate opere di alcuni bambini di età prescolare e di ragazzi.

La mostra è curata da Lorenzo Mamino con il supporto del Comune di Mondovì e la collaborazione dell’Associazione Culturale Magnin Officina. Resterà aperta dal 14 aprile al 14 maggio 2017 con i seguenti orari: venerdì dalle 16,00 alle 19,00; sabato e domenica dalle 9,30 alle 12,30 e dalle 16,00 alle 19,00

Si tratta del quinto appuntamento della rassegna provinciale “grandArte 2016/2017 – identità perdute” di cui al fondo è allegato il programma generale.

 

Dal testo di presentazione di Lorenzo Mamino

 

Già in natura, organica e inorganica, colori, segni e forme dicono qualcosa, a volte nulla. Le terre rosse contengono ferro, lo zolfo, si sa, e giallo; ma i fiori sono di tutti i colori con contorni regolari e non. Sempre in natura cristalli e tele di ragno. Filtrati dalla mente e dalle mani (luce, attrezzi, scuole) colori, segni e forme si possono ricopiare o riproporre, con ordine o con disordine, rispetto o dispetto. Qui, per Mondovì, è stata tentata una ricerca a largo raggio della loro presenza in pittura ma con soggetti tra loro lontani: bambini, ragazzi “diversi”, un artista “irregolare”, a confronto con pittori conosciuti e affermati.

Questi con poche opere significative, date come paradigmi e vie possibili per l’universo indistinto e sconosciuto dei pittori neofiti. La mostra ha intento essenzialmente didattico, per affermare una realtà poco nota: che la pittura, specie quella detta “informale” è un linguaggio diffuso, possibile a tutti, dagli esordienti ai professionisti. Esso, come strumento senza rigidità e senza peso, può essere usato in mille modi, in parallelo alla scrittura e alla parola, con leggerezza o con esattezza, con accenti o con omissioni e lunghi silenzi. Immersi nella natura e abitatori di città, di fronte a queste altre nature aggrovigliate e nuove (le opere informali), noi per raccontarle, abbiamo bisogno di parole.

Già John Ruskin si era trovato in questa stessa difficoltà di fronte ai quadri di William Turner (1775 –1851), non più rappresentazione della natura ma invenzione di una natura diversa, parallela, più forte. La pittura come la scrittura: possibilità di racconti senza fine, sabbia mossa dal vento, acqua mossa dalle correnti. Conta più la forza che muove o la materia che resiste? Conta più l’idea di molte figurazioni o l’esistenza di un sostegno per tutte?
Qui, nella mostra, la difficoltà della lettura parrebbe superata dalla presenza di cinque artisti affermati: Francesco Franco, Piero Simondo, Tanchi Michelotti, Riccardo Cordero, Corrado Ambrogio.

Ma subito ci si avvede che la sabbia e l’acqua sono sempre diverse e anche il vento e le correnti.
Se si raffrontano alle opere che hanno intorno (di bambini prescolari e ragazzi “diversi”, di un originale autodidatta) si notano agganci, echi, rimandi, somiglianze.

Saltano agli occhi gli accostamenti, i segni e l’uso degli strumenti, le campiture e i contorni, i vuoti lasciati emergere e cioè tutto quello che, per la scrittura sono le parole, le frasi, le sottolineature, la punteggiatura, la grammatica e la sintassi. Un tutto qui molto “consapevole” e là quasi ”senza senso”, frutto di una memoria ancestrale (Stefania Guerra Lisi, 2008).
Si nota anche, come già hanno notato i numerosi studiosi del disegno infantile, il passaggio dai colori sparsi a caso o dalle campiture perduranti, agli “scribilli” (Helga Eng, 1957) oscillanti o circolari o aggrovigliati o separati, fino ad opere pensate e programmate. E’ da queste esperienze che si è voluto partire. L’arte informale è nata dalla sfiducia nei valori conoscitivi e razionali, dalla valorizzazione dell’inconscio, dal rifiuto delle forme che sono sotto gli occhi di tutti. Colore, linea, figura perdono il loro significato tradizionale. Conta l’armeggio, l’astrazione, l’invenzione allo stato puro. Ma occorre poter ancora distinguere, occorre poter ancora giudicare e misurare. All’inizio del Novecento la razionalità era più povera di strumenti, che sono venuti dopo. Oggi si scopre che una buona musica è fondata su una corretta scelta di numeri. Non potendo qui lavorare con strumenti matematici si è provato almeno ad estrarre i tratti distintivi e significativi, i marcatori di qualità, gli indici di appartenenza. Con confronti almeno qualitativi.

Ci si è avvalsi, per i cinque artisti eletti a patroni, delle cinque parole chiave usate da Italo Calvino nelle sue Lezioni americane, inventate per valutare una buona letteratura. Calvino si riferisce non tanto alla scrittura ma alla “poetry”. Come diceva, commentando Lucrezio, alla “poesia dell’invisibile, la poesia delle infinite potenzialità imprevedibili così come la poesia del nulla che nascono da un poeta che non ha dubbi sulla fisicità del mondo”. Una poesia quindi pensosa e non frivola o abbandonata al caso, dove si mescola malinconia e umorismo. Ma non esuberanza baldanzosa e saccenteria passeggera.

La leggerezza è sinonimo di impressione lieve e momentanea, spirito libero e materiali poverissimi, atmosfera rarefatta di alba o di tramonto. E’ il mondo ultimo di Francesco Franco che, partendo da paesaggi reali, arriva a figurazioni lievi e a campi di segni completamente inventati.

Leggerezza che, come diceva Paul Valery ricordato da Calvino, deve essere “come d’uccello, non come di piuma”. Viene poi la rapidità che già in molti lavori dFri anco emerge: segni a matita colorata o con gessetto di piatto a tormentare calme contemplazioni. Ma ancor più nei disegni improvvisi ed estremamente precisi di Tanchi Michelotti dove tutto pare avverarsi in fretta, dove, in totale isolamento dal mondo, gioca una fervida impazienza e una misurata acrobazia. E’ il guizzo del tiratore di scherma che si gioca tutto nell’attimo in cui non può fallire il bersaglio. Italo Calvino accompagnava questa parola chiave col detto latino festina lente perché consapevole della calma necessaria alla efficacia della rapidità.
L’esattezza è sinonimo di sicurezza, coraggio, forza, chiarezza di esecuzione. Tutto rimanda all’opera di Riccardo Cordero nelle cui opere la fredda lucentezza aggiunge perfezione. Qui partecipa con disegni che descrivono forme imparentate con la geometria ma all’origine con astratti percorsi mentali, prototipi “necessari e sufficienti”. Calvino cita per questa parola l’affermazione di Flaubert: “Il buon Dio è dentro il dettaglio”.

Poi la visibilità. Rimando a compitezza, efficacia, chiarezza. Tutto ben rappresentato dal lavoro ormai di decenni di Corrado Ambrogio che in dipinti e poi in sculture cerca di inventare terre, arie e colori sempre nuovi. Scriveva come sottotitolo della sua personale a Mondovì “occhi nuovi”. Per dire la sua attenzione non al contenuto o all’uso ma alla visibilità delle cose. Nella sua mostra al Roccolo di Busca cercava invece interpretazioni surreali per legni e pietre ormai silenti, disponibili solo per occhi dediti al fantastico. Un fantastico molto legato al fortuito che è nel mondo e nella natura ben commentato da Dante quando dice “Poi piovve dentro a l’alta fantasia”.

Infine la molteplicità, sinonimo di affollamento, provvisorietà indistinta, accettazione dell’imperfezione.
Il rimando è alle opere di Piero Simondo dove egli sempre si dedica a racconti aggrovigliati e liquefatti da intenzioni cangianti, per puro esercizio di annotare esistenze e accostamenti.
Calvino lega la molteplicità allo scrivere di Emilio Gadda e parla dell’opera come enciclopedia, come processo di conoscenza e come rete che pesca per mettere insieme fatti e cose del mondo, reale e immaginario.

Italo Calvino aveva poi accantonato ancora una ultima parola, scritta solo in inglese, rimandata ad un commento quando fosse giunto in America: consistency. Essendo l’ultima certamente avrebbe tentato di mirare a rappresentare la completezza e la coerenza dell’opera. Forse sinonimo di “armoniosa concordanza”, forse, semplicemente di “meraviglia duratura” o di “convergenza sublime”. Negli appunti di preparazione delle sue Lezioni cita il testo taoista cinese che dice “Le possibilità che l’essere dà / è il non essere che le rende utili”. Di qui parte tutta una elegia del silenzio, del vuoto, della letteratura senza peso e senza utilità ma non per questo non necessaria. Così nella mostra che si presenta si vorrebbe fare l’elogio della rappresentazione non finalizzata, come puro esercizio di stile.

La difficoltà allora diventa quella del confronto e del giudizio possibile, degli accostamenti e delle differenze rilevabili. Calvino diceva, nei suoi appunti alle Lezioni che può aiutare la disconnessione (il cammino di traverso e all’incontrario). Ci aiuta ancora il confronto con gli autori eletti a “patroni”. In mostra la vicinanza e la mescolanza tra “neofiti” e “patroni” è illuminante. Alcune superficialità paiono caratterizzare l’opera dei “neofiti”; superficialità che i “patroni” hanno imparato ad evitare.

Esse sono principalmente: la fretta, la ripetizione senza invenzione, la inesistenza dei caratteri legati alle parole chiave commentate (particolarmente la leggerezza, l’esattezza, la visibilità, la meraviglia persistente).Fretta e ripetizione, larga casualità e poca esattezza, povertà di spunti e ordinarietà possono essere accompagnati da grande coerenza ma generano sorpresa provvisoria e, specie nella visione degli insiemi, una certa banalità.
Occorre però dire che gli intenti di questa pittura neofita sono diversi. La pura espressione, l’esercizio manuale, la gioia della scoperta, la gestualità che può contemplare creazione ma, con lo stesso spirito, anche la distruzione dell’opera senza alcun rincrescimento, sono alla base di questa pittura. Si comincia con semplici macchie di colore, si prosegue con campiture uniformi a riempire tutto il foglio, si passa a ideogrammi e a figure molto sommarie, poi (ma solo alla fine) a vere composizioni di segni e di colori.

Cioè a risultati controllati e programmati. Anche se tutti generano stupore e meraviglia.
Una seconda difficoltà a cui è più difficile rispondere viene fuori dal confronto tra le opere dei “neofiti” e l’opera, tutta intera, sin qui, di Bruno Capellino. Qui non c’è fretta, non c’è ripetizione noiosa e c’è leggerezza, esattezza, ecc. e cioè tutte le caratteristiche enunciate e prese a prestito dalle Lezioni di Italo Calvino. Manca, forse, una provata e perfetta risultanza del fare, quella che Calvino voleva affidare alla parola consistency, l’unicità perfetta. Cioè quella vetta dell’operare che è il sublime. Tutte le opere per ora si fermano ad una qualità alta ma senza sconfinamenti verso quel “meraviglioso che produce un’elevazione dell’animo” (Boileau, 1694, poi ripreso da Edmund Burke, 1757). E’ però da rimarcare lo standard elevato dell’opera di Capellino che non si sa da che cosa farlo derivare. Non da manualità, non da serialità, non da imitazione.

L’intero blocco di più di cinquanta opere esposte e qui a prova di un lavoro intenso, interamente finalizzato ad un alto mestiere, che nettamente si allontana da tentativi elementari e velleitari, pienamente partecipe del Bello, e che è, se pure ancora confinata nel piccolo formato, ad un passo dalla produzione del ”notevole perché unico”. Ma anche Burke dice che il bello è di cose piccole dove il sublime è di cose grandi e terribili. Cioè anche incomprensibili, sovrastanti il potere di valutazione solitamente affidato all’occhio, avvincenti ma inesplicabili.