Discarica di amianto a Roaschia, Valmaggia precisa: “Solo il Comune può decidere”

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In riferimento ai recenti articoli apparsi sui mezzi di informazione e riguardanti il tema della discarica di amianto nel Comune di Roaschia intendo informare, tranquillizzando gli amministratori comunali e i cittadini sullo stato reale delle cose.

 

 

In attuazione del Piano Regionale Amianto, approvato all’unanimità dal Consiglio di Palazzo Lascaris il 1º marzo 2016, dopo 8 anni di attesa, la Giunta Regionale, in data 20 febbraio 2017, ha deliberato un approfondimento relativo alla presenza di aree di cava e miniere inattive potenzialmente idonee, sotto il profilo tecnico, all’ubicazione di impianti autorizzati al conferimento di manufatti contenente amianto.
In questo approfondimento sono stati presi in considerazione 1700 siti estrattivi inattivi (cave e miniere) segnalati dal Settore regionale competente. E’ stata poi effettuata un’operazione di “screening” – condotta in modo conservativo – tenendo conto di elementi previsti dalla normativa (profondità della falda, aree esondabili, parchi, frane..). Da tale esito sono risultate oltre 600 le aree estrattive inattive che non presentano vincoli e che sarebbero potenzialmente di interesse, nelle more di imprescindibili approfondimenti di dettaglio. Tra queste 179 sono ubicate in provincia di Cuneo, tra cui 2 a Roaschia.

 

Una successiva fase del lavoro è consistita in approfondimenti sul territorio, condotti anche indipendentemente dagli esiti della precedente fase di screening: non è infatti risultato corretto escludere automaticamente – o, al contrario, includere – tra le aree “idonee” quelle che rispettano o meno tutti i vincoli applicati.
E’ bene sottolineare quindi come lo studio approvato possa essere utile per fornire indicazioni generali, suggerendo la suddivisione del territorio regionale in 4 macro-aree nelle quali sarebbe opportuna la presenza di impianti di smaltimento per agevolare la bonifica di manufatti contenenti amianto. Il documento regionale elaborato non preclude tuttavia in alcun modo la possibilità di sviluppare la progettazione di impianti in aree che non sono state poste in evidenza così come in corrispondenza di zone del territorio che non sono state oggetto di coltivazione mineraria.

 

L’autorizzazione di detti impianti, è bene ricordarlo, non è una competenza della Regione Piemonte, ma richiede l’attivazione di procedimenti di Valutazione di Impatto Ambientale e di autorizzazione integrata ambientale, con coinvolgimento di una pluralità di soggetti e del territorio tramite Conferenza dei Servizi.
Nell’iter autorizzativo, quindi, i Comuni sono formalmente chiamati a partecipare e ad esprimersi. Nel caso in fattispecie il tutto è rafforzato dal fatto che la proprietà del sito risulta del Comune stesso.
Mi sembra quindi evidente sintetizzare che solo il Comune di Roaschia può decidere se vuole oppure no perseguire questo obiettivo. Il problema quindi non si pone. Nessuno in Regione ha mai pensato di imporre nulla a nessuno. Una comunicazione in tal senso è già stata recapitata nei giorni scorsi al Comune proprio per evitare facili strumentalizzazioni.

 

LA SITUAZIONE NEL CUNEESE E IN PIEMONTE
Approfitto della precisazione per spiegare ai lettori come lo studio metta in evidenza che il territorio Cuneese veda un’elevata presenza di coperture di cemento-amianto in parte legate alle attività industriali, agricole e di allevamento. A tal riguardo, si precisa che, in provincia di Cuneo, 87 Comuni – rispetto ai 250 complessivi – avevano risposto ad una ricognizione della presenza di amianto promossa alcuni anni fa dall’assessorato Ambiente della Regione, comunicando l’esistenza di oltre 1,4 milioni di metri quadrati di coperture in cemento-amianto.
Nell’ambito dei dati comunicati dai Comuni risultano, tra gli altri, oltre 340.000 metri quadrati di coperture in cemento-amianto a Fossano, 200.000 metri quadrati a Savigliano, 74.500 metri quadrati nella vicina Borgo San Dalmazzo.
Per ulteriori approfondimenti, Comune per Comune, segnaliamo il sito Arpa del monitoraggio http://webgis.arpa.piemonte.it/amianto_storymap_webapp/
A livello regionale sono stimati complessivamente 50/70 milioni di metri quadrati per le sole coperture in cemento-amianto (senza contare le altre tipologie di manufatti) per cui è necessario un coinvolgimento dei Sindaci piemontesi dando priorità a questi interventi di bonifica per ridurre il rischio di esposizione dei cittadini.

 

COSA SI PUO’ FARE IN SICUREZZA
A fronte di tali quantitativi, una delle ragioni che non agevolano il risanamento del territorio è senza dubbio la mancanza di un congruo numero di impianti di smaltimento che consentano operazioni di bonifica a costi sostenibili.
La mancata bonifica di manufatti in stato di degrado può costituire sì, diversamente da un impianto di smaltimento correttamente gestito, un potenziale rischio della salute.
Pare inoltre opportuno fare luce rispetto ad alcune dichiarazioni apparse recentemente sui quotidiani, dalle quali traspare un allarmismo. Occorre infatti rimarcare che gli impianti di smaltimento dell’amianto, autorizzati e realizzati ai sensi della normativa vigente, si compongono di consistenti barriere fisiche, all’interno delle quali l’amianto viene conferito – già in condizioni di sicurezza – e non ha possibilità di fuoriuscire ed entrare in contatto con l’ambiente esterno.

 

Giova anche ricordare come l’amianto sia inerte per definizione e come quindi la produzione di percolato sia pressoché inesistente. Paiono quindi infelici le dichiarazioni circa futuri inquinamenti delle acque sotterranee a causa di discariche dedicate unicamente al conferimento dell’amianto.
Né bisogna dimenticare il fatto che la problematicità dell’amianto è legata alla sua possibile inalazione quando è in opera nei manufatti in attesa di essere rimossi e smaltiti.
Si conclude evidenziando come la bonifica del sito di Casale Monferrato è resa possibile proprio grazie alla realizzazione di una discarica per amianto e che, diversamente, questa grande opera di risanamento, oggi in avanzato stato di attuazione, non sarebbe stata possibile. Sperando di aver contribuito a rispondere in modo chiaro alle preoccupazioni evidenziate, saluto cordialmente.

 

Alberto Valmaggia,
assessore regionale
all’Ambiente