La magia della musica: Ezio Bosso emoziona l’Italia da Sanremo. Con un pezzo di vita vissuto fra Langhe e Roero

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Appena inizia a parlare ti assale un riflesso quasi involontario di apprensione, come se, da un momento all’altro, dovesse inciamparsi nei suoni appena emessi e tu potessi fare nulla per aiutarlo. Parola dopo parola, però, ti rendi conto che non cadrà affatto, che ha trovato un proprio e­quilibrio espressivo, a voce e a gesti.

Quando si avvicina al pianoforte o, per meglio di dire, si unisce a esso, allora qualsiasi perplessità è fugata. La magia si ripete a ogni concerto dal vivo di Ezio Bosso, ma si è rinnovata anche sul palco del­l’“Ariston”, da dove ha attraversato gli schermi tv e raggiunto 13 milioni di italiani.

 

La stragrande maggioranza di quei 13 milioni di telespettatori che hanno assistito alla “performance” del musicista torinese, da cinque anni afflitto da una ma­lattia autoimmune de­ge­ne­rativa, non sapeva nemmeno del­l’esistenza di Bosso, considerato uno dei compositori e direttori più influenti della sua generazione, con all’attivo collaborazioni nel cinema con registi di fama internazionale tra cui Ga­briele Salvatores.

 

Tra Alba e Bra, invece, sono molti di più quelli che sul palcoscenico dell’“Ariston” non han­no scoperto un grande artista, ma lo hanno semplicemente ritrovato. Per­ché Ezio Bosso, che ora vive a Londra, dove è direttore stabile e artistico dell’unica or­chestra d’archi di grande numero inglese, “The Lon­don strings”, intorno al 2004, per ragioni sentimentali, ha trascorso un biennio a Monchiero, vivendo nella casa che fu del pittore Eso Peluzzi, in compagnia anche dei suoi due cani basset hound. Il nostro omaggio all’ospite che più ha emozionato e colpito del sessantaseiesimo Festival della canzone italiana passa attraverso le testimonianze di alcune delle sue conoscenze tra Langa e Roero.

 

Il sindaco di Monchiero, Giovanni Bottino, già primo cittadino del paese ai tempi della permanenza di Bosso, ricorda con piacere il «bellissimo concerto organizzato nel ventennale della morte del pittore Peluzzi, nel 2005. Bosso lo volle intitolare “Eso concerto” è chiamò i suoi amici musicisti torinesi: fu una serata davvero speciale. Pur essendo andato via, ci tenemmo in contatto e, quando venne ad Aosta per un concerto qualche tempo dopo, mi invitò e io ci andai volentieri». «Proprio nelle scorse settimane stavamo pensando di organizzare un concerto alla Zizzola con Bosso e già ci sembrava difficile, ma dopo il successo di  Sanremo sarà quasi impossibile», commenta Fabio Curti, responsabile dell’Ufficio turismo del Co­mu­ne di Bra. «E pensare che, quando venne a suonare nel cortile di palazzo “Mathis” nel maggio del 2014, qualcuno non era nemmeno troppo d’accordo…».

 

D’accordo e, anzi, il principale artefice del concerto sotto la Zizzola di Bosso fu l’artista braidese Luca Càssine. Il concerto dell’amico Ezio, in­fatti, chiudeva la mostra “Meta­mor­fosi-Il volo delle parole tra passato e presente-Luca Càssine incontra Romano Reviglio”. «Abbiamo avuto delle amicizie comuni», spiega il braidese, «le quali hanno permesso che ci incontrassimo e condividessimo esperienze artistiche. Lo conosco da dodici anni e posso dire che, ora come prima della malattia, lui è la sua musica. Chi lo vede suonare e non ha seguito l’intervista e non ha visto nulla prima, non nota che lui abbia una malattia perché, quando suona, lui è assolutamente in assenza di dolore e di malattia: credo sia il messaggio più grande che lancia, anche involontariamente. Superi una malattia del genere, non tanto in termini di guarigione, quando hai un modo diverso di affrontare le difficoltà: per questo Ezio non induce solo un senso di tenerezza, anche di forte conforto». «Conosco Ezio come tanti a Bra», conclude il braidese Ni­cola Ferrero, impegnato in àmbito editoriale.

 

«L’ho frequentato sempre di riflesso, avendo a­mici comuni. Ho però due ricordi le­gati in maniera indissolubile a lui e sono due funerali. Uno reale, quello di una persona cara a entrambi:  fuori dall’ara crematoria di Bra, Ezio eseguì in suo onore un “re­quiem” con il contrabbasso, davvero struggente. Il secondo funerale, invece, fu simbolico: quello della sala “Ma­cabre” di Bra nel 2007. Lui e Roy Paci eseguirono l’ultimo bra­no dal vivo nel locale prima della sua demolizione. In ballo c’era ancora un pezzo che a­vrebbe dovuto coinvolgere an­che me, ma dopo questo duo, con­trabbasso e tromba, io non me la solo sentita di suonare più: era la giusta pietra tombale per quel locale. Anche con il pia­no, ma ancora di più con il  contrabbasso, dava la sensazione di buttarsi dentro, essere una cosa u­nica con il suo strumento, e con la sua mimica sembrava es­sere in gra­do di accentuare tutte le tue sensazioni mentre ascoltavi».

 

Raffaele Viglione