C’è una donna, in un Paese lontano, che sta per essere giustiziata. La sentenza fa discutere, smuove coscienze in tutto il mondo, solleva ovunque moti d’indignazione, tuttavia incombe brutale: soltanto un intervento governativo può annullarla. No, non parliamo di Sakineh, l'iraniana condannata alla lapidazione: di lei, per fortuna, parlano tutti, e, per fortuna, almeno una sospensione del verdetto c’è stata, primo risultato della mobilitazione internazionale. Parliamo invece di Teresa, americana, che aspetta di morire sulla sedia elettrica in Virginia: se il governatore non le concederà la grazia, sarà la prima donna giustiziata in quello Stato dopo un secolo. Teresa è stata condannata alla pena capitale perché giudicata colpevole d’aver organizzato, assoldando due killer, l'omicidio del marito e del figlio adottivo per incassare i 350mila dollari dell'assicurazione. Eppure soffre di seri limiti conoscitivi, di disturbi della personalità, tre psicologi hanno dimostrato che per lei sarebbe stato persino complicato far la spesa da sola. Più facile pensare che non fu mente del crimine, che furono piuttosto i due esecutori materiali a manipolarla, d’altronde uno, prima d’ammazzarsi in carcere, ha confessato d’averla circuita, attribuendosi l’idea del duplice omididio. Teresa aspetta, dilaniata dai rimorsi, senza chiedere aiuto benché cosciente del raggiro. Speriamo che ci sia una mobilitazione anche per lei. America e non Iran, elettricità e non pietre, però stesso orrore e stessa giustizia ingiusta: c’è tempo, per salvarla, fino al 23 settembre.