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Franco Giletta: Slow Painting per la Granda

L’artista saluzzese, molto apprezzato da Vittorio Sgarbi: «Anche nel mio campo possiamo prendere spunto da Petrini...»

Martedì 11 - 10.50

Dall’alto del suo studio, nel­la torre ro­ton­da del castello di Envie, «un giovane maestro contemporaneo dipinge come gli antichi». Trat­teggiamo così, con le parole di Vit­torio Sgar­bi, il saluzzese Fran­co Gi­letta. In un luogo evocativo,

tra i profumi degli oli e il ru­more della grafite dosata su legno, prendono forma e sostanza opere che fanno parte della comunità internazionale, gra­zie alle nu­merose collocazioni permanenti e alla ca­pillare dif­fusione in gallerie d’arte e collezioni private, tra cui il mu­seo “Stau­­­ros” e la collezione “Bulgari”.
Nato e cresciuto nella città del Mar­­chesato, grazie a una borsa di studio universitaria cambia orizzonte: dall’ombra della Castiglia a quella maestosa del Cupolone.
Da Saluzzo a Roma: un trasferimento cardine nella vita e nel percorso artistico di Giletta.
Du­rante il percorso finalizzato con la laurea in giurisprudenza, un mondo nuovo si apre ai suoi occhi: «Giunto nella città eterna», confessa lui, «ho compreso subito la sua importanza: alla fine degli anni Ot­tanta era una vera e propria capitale d’arte. Colsi l’occasione, cercai di sfruttare al meglio l’opportunità offerta, iniziando a frequentare l’ambiente artistico».
Affascinato da una tendenza artistica emersa in Italia in quegli anni, teorizzata e sostenuta da Cal­vesi, Mussa e Tomassoni, Giletta si accosta al­l’anacronismo, caratterizzato dalla libera citazione e dal re­cupero di temi e di tecniche del­l’arte del passato. La conoscenza di­retta dei maggiori esponenti, tra i quali spicca Franco Piruca, gli offre nuove prospettive, la possibilità di “assorbire elementi”. Il centro nevralgico è la galleria “La tartaruga” di Plinio De Martiis, vicino a piazza del Popolo.
Per meglio approfondire la materia, ecco l’esperienza fondamentale con Mario Donizetti, maestro nell’uso delle tempere all’uovo.
Al termine degli studi accademici, Franco si reca spesso a Bergamo per seguire l’illustre artista, divenendo suo allievo. A inizio degli anni No­vanta le prime “uscite”, anche grazie alla collaborazione con l’associazione “Il polittico”, fondata nel 1990 da Massimo Caggiano e Arnaldo Romani Briz­zi. Nel ’95 si apre un’in­tensa attività e­spo­sitiva in Italia e all’estero, presto riconosciuta con l’invito, unico italiano, della “Royal society of portrait painters” di Londra all’e­sposizione annuale dei ri­trattisti. è attivo anche nel­l’arte sacra: nel 2004 una sua pala d’altare raffigurante San­t’An­tonio Maria Claret è stata collocata in permanenza nel­la chiesa di Santa Lucia del Gonfalone a Roma, inaugurata alla presenza del cardinale Francesco Marchi­sano, originario di Racconigi.
Poi, nel 2011, il prestigioso invito di Sgarbi a esporre nel padiglione regionale della 54a  Biennale di Ve­nezia: un’affermazione, l’ennesima, in un percorso artistico fat­­to di numerose e significative tappe.
Nel 2013 ha realizzato il doppio ritratto di Lucia Bosè e Ma­galy So­lier utilizzato per il manifesto del film “Alfonsina y el mar” di Da­vide Sordella.
Oggi Franco Giletta può considerarsi un “cuneese del mondo”, ma... «voglio vivere», afferma, «l’ar­­te della pittura come una passione, fatta di momenti unici, belli, magici. Lavorando, mi lascio guidare dal cuore e dall’anima, “di­men­ticando” di usare la testa... Per­ché dinnanzi a un quadro si a­pre una porta per una quarta di­mensione». Può capitare di vederlo annotare pensieri su un taccuino, fido compagno di viaggio, «perché non voglio lasciarmi sfuggire le idee, sempre, visto che una realizzazione può essere impreziosita dall’artigianalità».
Dalle tempere all’uovo all’olio su tavola, dalle velature su tela alla grafite su legno sbiancato: grande dimestichezza con la tecnica e l’azzardo sull’uso di materiali.
Possiamo dire che il suo essere “a­na­cronistico” vuole cercare nel pas­sato le risposte del presente?
«L’anacronismo è uno spazio sen­za tempo, tutto diventa contemporaneo. Grazie alla contemporaneità nella sua fruizione, l’opera di­venta eterna. Penso, tuttavia, che oggi catalogare autori sia superato... mi piace l’arte concettuale, u­na pittura sincera, senza provocazioni a tutti i costi».
Perché un libro nel suo autoritratto? «Un codice civile che diventa “Co­dice dell’anima” di Hillman, il tutto dinnanzi a un paesaggio idealizzato, un luogo sacro e misterioso». Un omaggio alla lettura e allo studio della psicologia alchemica. Crede che l’arte possa essere un “bene rifugio”? «Penso che nella me­desima provincia in cui, Petrini prima e Farinetti poi, hanno lanciato il grande tema della riscoperta delle tradizioni, possa nascere u­na nuova provocazione: dallo Slow Food allo Slow Painting, la “lentezza” della nostra terra che ci aiuta a non dimenticare. La Gran­da possiede un gran numero di ar­tisti, è una provincia fiorente. Nel­la nostra tradizione può esserci il no­stro futuro, anche se credo che il termine “passatista” sia negativo».
Il sogno? «Vedere a Saluzzo gli stes­si turisti che percorrono le vie dei centri di Toscana e Umbria; d’al­­tronde anche qui hanno operato grandi maestri dell’arte, come Brio­sco, Sanmicheli e Clemer».
Una profonda verità. Lasciarsi guidare dall’arte alla riscoperta delle origini. Riflettiamoci, aiutandoci con un pensiero di Hillman: «Una vo­cazione può es­sere rimandata, elusa, a tratti perduta di vista. Op­pure può possederci totalmente. Non importa: al­la fine verrà fuori».

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