Un sobrio qualunquismo

Tutti d’accordo sulle feroci critiche agli stipendi dei parlamentari. Peccato che i partiti costino molti più soldi pubblici...
I lettori che hanno la pazienza di sopportare questi sproloqui settimanali sanno come il sottoscritto non riponga molta fiducia nella generalità della propria categoria professionale. Non si tratta di pretendere che i giornalisti siamo “super partes”, ché se una persona non è un’ameba ha le proprie idee le quali, c’è poco fa fare, influenzano più o meno coscientemente quanto viene scritto oppure detto. In sintesi, l’obiettività non può esistere. Ma, diamine, almeno un pochino di malafede dovrebbe essere messo da parte, quando ci si cala nel ruolo di informatori e, quindi, si contribuisce a plasmare, più spesso a indottrinare, una parte più o meno consistente dell’opinione pubblica. E’ emblematico il caso dello “spread”, il non-si-sa-cosa-sia-ma-deve-per-forza-essere-un-mostro-terribile: la minaccia sul futuro (meglio, letteralmente sul domani) dell’Italia spinse quotidiani di indubbia autorevolezza (e sobrietà premontiana) a titolare a caratteri cubitali «Fate presto» (sottointeso, a mandare a casa Berlusconi, unico colpevole della crisi), ma un mese dopo neppure viene citato in prima pagina, benché resti sugli stessi livelli e, anzi, rischi di superarli.
Questo atteggiamento confida nella memoria cortissima degli utenti del mondo dell’informazione, che tale è davvero, però certo non contribuisce a rafforzare la credibilità dei giornalisti presso la fetta un po’ più avvertita dei lettori.
Comunque ci sono temi che, specie in periodi così difficili, “sfondano” e vengono assimilati. Se capita ci sono giustificazioni più che valide, ma proprio per questo converrebbe non portare il cervello all’ammasso, evitando il qualunquismo più becero e cercando di far ragionare chi è ancora in grado di farlo. Ci vuole coraggio a dirlo, ma a chi scrive non piace la “caccia al politico” scatenata dai mass media di destra, centro e sinistra, i quali hanno sbandierato ai quattro venti la parziale verità che i parlamentari del bel Paese sono i meglio pagati dell’eurozona, sottacendo la circostanza che essi spendono meno per bortaborse, costi di segreteria e rappresentanza, cosicché alla fine non sforano troppo rispetto alla media continentale (tuttavia il cambio con il loro stipendio lo accetterei molto volentieri). Il problema è la loro “produttività” e la qualità della medesima, e qui non è possibile dissociarsi dalle critiche più feroci, ricordando però che non ci si può attendere molto da “nominati” secondo una legge elettorale che a parole tutti demonizzano, ma che trovò moltissimi sostenitori anche a sinistra, perché dava ai vertici dei partiti potere pressoché assoluto in barba alla sovranità popolare. E poi mille fra deputati e senatori sono proprio troppi, è verissimo; peccato pochi ricordino che la riforma della Costituzione varata alcuni anni fa dal centro-destra, cassata dal centro-sinistra via referendum, prevedesse il dimezzamento dei seggi disponibili.
Ma se vogliamo parlare dei costi della politica perché nessuno si occupa, invece che degli emolumenti dei parlamentari (i quali, se fanno bene il loro lavoro, devono essere pagati benissimo, non solo bene, per sfuggire a ricatti e tentazioni varie), dei soldi incassati dai partiti? Sono essi l’autentico pozzo senza fondo in cui spariscono miliardi di euro, sotto forma di rimborsi elettorali e di mille altri rivoli misconociuti, nonostante un referendum abbia abolito il finanziamento pubblico.
Ciò, oltre tutto, dimostra una volta di più in quale considerazione sia tenuta la volontà popolare, salvo, quando serve, titillare l’indignazione della gente indirizzandola verso falsi obiettivi. Innocenti vittime sacrificali sono anche le Province (meno tutte quelle create negli ultimi venti-trent’anni) e Mario Monti si è subito accodato...