sabato, 19 maggio 2012|

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Un’ideologia paranazista

Il suicidio assistito e il concetto di “dolce morte” sarebbero piaciuti molto ad Adolf Hitler, ma qualcuno spera che non ci pensiamo troppo.

Non rientrando il quotidiano di Ezio Mauro tra le mie letture più assidue, traggo dal sito www.thefrontpage.it di Fabrizio Rondolino e Claudio Velardi alcune citazioni dallo scoop con il quale “La Repubblica” ha annunciato al mondo il suicidio di Lucio Magri. «È tutto in ordine, in piazza del Grillo, nel cuore della Roma papalina e misteriosa, a due passi dalla magione dove morì Guttuso, pittore amatissimo, ma anche avversario sentimentale. Niente sembra fuori posto, il parquet chiaro, i divani bianchi, i libri sulla scrivania impero, la collezione del “Manifesto” vicina a quella dei fascicoli di cucina, si sa che Lucio è un cuoco raffinato... in cucina Lalla, la cameriera sudamericana, prepara il Martini con cura, il bicchiere giusto, quello a cono, con la scorza di limone». «“Lucio non sapeva usare il bancomat né il cellulare”, racconta una giovane amica». «Lui, grande giocatore di scacchi, lui grande sciatore... ma attenzione a come ne scrivete, non era un vanesio, non era un mondano...».

Ecco, questo basta e avanza per capire come viva e ragioni una certa sinistra, sedicente “di popolo”, quella che, tra un’esaltazione e l’altra della Resistenza, non ha vergogna di mettere in discussione il suffragio universale perché non la fa vincere. Detto ciò, passiamo alla questione più importante, non senza evidenziare che Magri merita rispetto, al pari di Mario Monicelli, gettatosi da una finestra dell’ospedale in cui era ricoverato. Il rispetto ha nulla a che fare con l’ammirazione per il “gesto eroico” espressa in modo più o meno esplicito da vari commentatori. E non può essere neppure benevola comprensione verso la decisione di autoeliminarsi. Occorre però distinguere tra un atto come quello compiuto dal grande regista e una scelta pianificata e, soprattutto, assistita da amici e da medici compiacenti. Lucio Magri ha finito i suoi giorni in una clinica svizzera della “dolce morte”. Il motivo? Pare soprattutto una profondissima depressione legata alla scomparsa della sua compagna e anche alla constatazione della fallacità degli ideali coltivati per decenni. Siamo di fronte, dunque, a un caso di eutanasia non su un malato terminale, ma su una persona affetta da “mal di vivere”. Si evidenzia così come siano mobili i paletti che separano questa “azione umanitaria” dalla totale aberrazione. Cioè: si sa dove si inizia (appellandosi al nobile intento di interrompere sofferenze inutili), però non dove si finisce (magari alla soppressione d’ufficio arrivati a 80 anni d’età, così si salva il sistema pensionistico). Per essere ancor più chiari: i fautori della “dolce morte” sono i nuovi portavoce dell’ideologia nazista. Ovviamente ce la faranno digerire. Vuoi che non ci riescano dei mass media capaci di tentare di convincerci che, per il solo fatto di avere Monti al posto di Berlusconi, l’Italia è quasi salva?

Anche a cuneo le primarie terremotano il pd

Il successo senza “se” e senza “ma” di Gigi Garelli conferma la crisi del Partito democratico (che imploderà?) Quando le primarie del centro-sinistra sono “vere”, cioè non sono convocate per sancire quanto già deciso (come avvenne nel caso di Prodi nel 2005, allorché il Professore ottenne una vittoria “bulgara”), per il Partito democratico sono guai seri. Gli esempi sono tanti. Qui basta ricordare i casi di Firenze, con Matteo Renzi che buttò all’aria i piani preparati dai maggiorenti del partito, e di Napoli. Se sono fonti di guai per il Pd, in genere le primarie danno al centro-sinistra candidati capaci di affermarsi alla grande. I precedenti autorizzano Gigi Garelli (ritratto qui sopra nella “versione” di Danilo Paparelli) e i suoi sostenitori a coltivare l’ottimismo. Un ottimismo che, al di là delle dichiarazioni di facciata, invece non si addice al Pd. Gli esiti delle consultazioni del “popolo progressista” certificano che, se il Popolo delle libertà è un “partito di plastica”, quello guidato da Bersani è il frutto di un’alchimia fatta a tavolino che lo rende tanto fragile quanto la creatura di Berlusconi.