sabato, 19 maggio 2012|

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Sulle protesi p.i.p. va evitato l’allarmismo

Il dottor Alberto Rivarossa, responsabile della chirurgia plastica al “Santa Croce” di Cuneo: «Però la ditta produttrice da tempo non aveva buone referenze»

Non si placano i timori suscitati dalle notizie non proprio rassicuranti sulle protesi Pip (“Poly implants prothesis”) prodotte in Francia, che si teme siano a rischio tumore. Il Governo d’Oltralpe ha raccomandato, a titolo solo preventivo e senza alcun carattere d’urgenza, la rimozione delle protesi a trentamila donne sottopostesi all’impianto. In Italia, il Ministero della salute ha sottolineato: «Non ci sono le premesse per creare allarmismi sulle protesi mammarie. Non ci sono prove di un legame tra le protesi Pip e l’insorgere di tumore, ma esiste solo una maggiore probabilità di rottura delle stesse». Per approfondire un tema così scottante, “IDEA” ha incontrato il dottor Alberto Rivarossa, responsabile della chirurgia plastica dell’ospedale “Santa Croce” di Cuneo, docente in chirurgia plastica dell’Università di Torino, che proprio negli anni Novanta, periodo di maggior evoluzione e trasformazione delle protesi mammarie, si occupò di “biomateriali in chirurgia plastica”. Dottore, ci spiega quali sono le ragioni per cui le Pip sono state ritirate dal commercio? «L’Agenzia francese responsabile per i dispositivi medici ha informato tutte le autorità europee di aver effettuato un controllo negli impianti produttivi delle Pip, in seguito a ripetute segnalazioni di rotture precoci delle protesi di questa società. In seguito ai controlli, è emerso che dal 2001 la maggior parte delle protesi prodotte è stata riempita con un gel di silicone differente da quello autorizzato. Un silicone, non conforme e non approvato dalle autorità competenti, che contiene residui di idrocarburi i quali causano infiammazione e possono essere localmente tossici sui tessuti in caso di rottura. Il fondatore della società produttrice delle protesi mammarie “incriminate”, Jean-Claude Mas, avrebbe volontariamente tenuto nascosto all’organo di certificazione tedesco Tuv l’uso di questo gel». Com’è la situazione nel cuneese? Da noi sono state utilizzate molte protesi Pip? «Devo dire che non è opportuno creare inutili allarmismi. Su pazienti della provincia di Cuneo vengono effettuati 400-500 interventi annui di inserimento di protesi mammaria, di cui circa 150 di carattere ricostruttivo, dopo un tumore, e gli altri di natura estetica. Dal mio osservatorio, in qualità di chirurgo plastico, sono assolutamente tranquillo anche perché mi sono sempre orientato verso l’utilizzo di biomateriali di provata affidabilità, non consigliando mai protesi Pip, sia nelle strutture pubbliche e nemmeno in quelle private, pur esercitando queste una forte attrattiva economica. Tuttavia, e credo sia doveroso ricordarlo, la “Poli implant prothesis” è un’azienda che da molto tempo presentava referenze oggettive e soggettive non così brillanti. E i professionisti sanno che in passato furono ritirate dal mercato anche le protesi “Hydrogel”, frutto dello stesso marchio francese...». Allora perché le Pip hanno una così larga diffusione? «Soprattutto per una ragione economica. I numeri sottolineano come le Pip impiantate in Italia siano stimate in 5.000, mentre quelle prodotte in totale sono state 400 mila, perlopiù diffuse in Francia, ma presenti in tutta Europa, Asia e Sudamerica. Sono numeri da capogiro se pensiamo che si tratta di soluzioni reperibili a basso costo e con canali di distribuzione spesso di tipo discount. Io ritengo non sia una colpa operare in un mercato low cost, per cui sono convinto che chi ha utilizzato in buona fede questi prodotti, comunque certificati Ce, non meriti la criminalizzazione in atto in questi giorni. Piuttosto, ciò che mi stupisce è che ne fossero diventati utilizzatori anche centri d’eccellenza e colleghi-professionisti abbastanza blasonati. In sincerità bisogna comunque ribadire che si tratta perlopiù di eccezioni in quanto la diffusione delle Pip è assai più ampia nei pericolosi settori della chirurgia plastica ed estetica “low cost” che fanno del basso prezzo il requisito fondamentale». Va anche sottolineato che l’uso delle protesi mammarie non è sempre e solo per uso estetico... «Sì, questo è verissimo. Occorre non dimenticare che le donne che hanno subìto interventi al seno con inserimento di protesi, dopo avere sconfitto il cancro, sono spesso psicologicamente vulnerabili. Mi sento di garantire loro la massima sicurezza per gli interventi eseguiti presso le strutture in cui opero, ma penso che occorra tranquillizzare anche le pazienti che hanno inserite le protesi Pip. Si rechino dal proprio specialista di fiducia e seguano le indicazioni e i suggerimenti del caso». Secondo lei, cosa occorrerebbe fare ora per evitare il ripetersi di tali “inefficienze”? «Penso sia doveroso che gli organismi di controllo attuino accertamenti preventivi di routine. Credo altresì sia basilare ottenere la completa tracciabilità dei prodotti utilizzati tramite l’istituzione del Reg­istro nazionale delle protesi. Lo esigiamo per il cibo, per l’ambito finanziario... perché non nel settore medico? Sono inoltre convinto che l’impegno del professionista debba essere proprio quello di orientarsi correttamente nell’effettuare le scelte migliori o perlomeno quelle che presentano il miglior rapporto costo-qualità». Ma oggi esistono, dottor Rivarossa, alternative sicure alle protesi per aumentare il volume del seno? «Sì, esistono, ma non sono ancora totalmente validate: la prima è costituita dal prelievo e dall’utilizzo del tessuto adiposo della paziente stessa. Sul fronte sicurezza sono in corso di valutazione gli aspetti biologici e le garanzie in ambito mammario. Obiettivamente non è una soluzione indicata per volumi elevati, anche se sono certo rappresenterà un’importante frontiera nel futuro della chirurgia rigenerativa. Il secondo metodo, che io però sconsiglio decisamente, è l’utilizzo di materiali di sintesi iniettabili, come l’acido ialuronico ad alto peso molecolare, che spesso produce quadri di mastite cronica cistica e granulomatosa. Per questo motivo di recente è stato vietato in Francia, mentre non ne è mai stato consentito l’uso negli Stati Uniti d’America. In Italia, invece, almeno per ora, si può...».