sabato, 19 maggio 2012|

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Don Luigi Destre è... il “papa del monviso”

Classe 1935, nativo di Paesana e parroco di Crissolo da quando aveva 33 anni, il religioso ha raggiunto la vetta oltre 120 volte

Come ha sostenuto il direttore di “IDEA” in un suo editoriale, gli applausi in chiesa sono una spettacolarizzazione di cui si dovrebbe fare a meno, specie ai funerali, quando nel silenzio ognuno può ricordare i mo­menti più significativi passati con la persona che ci ha lasciati. Come tutte le regole, però, ci sono le eccezioni e gli applausi per e con don Luigi Destre, alla Messa di mezzanotte di Crissolo, sono proprio eccezionali, come la personalità di cui parliamo. Don Luigi, ci parli della sua infanzia. «Venni alla luce a Paesana, a cascina “Bergia”, il 21 giugno del 1935 da Rosa e Chiaffredo Destre. Siccome mio nonno paterno si chiamava anche Chiaffredo, i genitori decisero di chiamarmi Luigi (il 21 giugno è il giorno di San Luigi) e di lasciare Chiaffredo come secondo nome, per non offendere la tradizione di “arnomé”. A pochi giorni dell’inizio della scuola, nel 1941, i Carabinieri si presentarono in cascina chiedendo di Destre Chiaffredo di Chiaffredo. Mia madre rispose che si trovava nei campi, così le autorità ordinarono che avrebbe dovuto presentarsi il giorno dopo in caserma, assieme a suo padre. Al suo ritorno mia madre lo assalì: “Cò l’has combinà? Son venù ij Carabigné a serchete! Ora vas a dijlo a tò pare e doman matin andeve tuti e doi ën caserma!”. Il giorno seguente i due si presentarono dal Co­mandante della stazione, il quale chiese notizie di Destre Chiaffredo di Chiaffredo di cascina “Bergia”, il quale non si era presentato a scuola. Mio padre rispose: “Sono io, ma mi l’hei mach fàit tersa elementar”. Il militare precisò che parlava di un bambino. La discussione si protrasse in municipio dove si chiarì tutto: all’atto della registrazione l’incaricato non aveva riportato Destre Luigi Chiaffredo, bensì Destre Chiaffredo Luigi. Considerato che per il cambio di nome mio padre doveva pagare l’equivalente del valore di una vacca, e lui ne possedeva solo tre, decise di lasciar perdere di­cendomi: “Lassoma Ciafré, tan niàiti te ciameroma sempe Luis”». E la vocazione? «Uscito dalla quinta elementare come primo della classe, don Giuseppe Serre di Oncino si presentò ai miei genitori con una proposta: “Vòst fieul a l’è ’n gamba a scòla, l’eve pa pensà de felo studié?”. Mio padre la mise subito sul piano economico: “Mi l’hei mach tre vache...”. E il curato rincalzò: “Ma mach për lolì vardoma, sarìji pa content ëd felo studié da previ? Peuj se a-j pias pa, a peul ëndé anans da avocat o da cheicòs d’àut”. Dopo un po’ di titubanza i miei decisero di darmi questa possibilità dicendomi: “Dësbreujte ti”. Passato l’esame di ammissione alla media, entrai in seminario con altri venti novizi e dopo dodici anni di studi arrivammo a “prendere Messa” solo in due. La mia grande penitenza è stata la vita comune, ma l’ho fatto perché era l’ideale che ho maturato pian piano». Quindi ha mai avuto nessun problema a scuola. «All’esame di quinta Ginnasio, al liceo “Rosmini” di Torino, gli e­saminatori si impressionarono della mia co­noscenza del latino e del greco e mi diedero 9 di entrambe le materie, e anche di italiano. Questo grazie al dono della memoria che mi sono ritrovato, anche se assieme ai vari 8 di filosofia, storia e geografia devo ammettere il 6 di matematica... Purtroppo, non praticando le lingue, le ho perse con gli anni e rimpiango di non aver mai studiato il tedesco e l’inglese, anche se parlo il francese e un po’ il portoghese e lo spagnolo. Nel 1986, a San Francisco de Cordoba, davanti al monumento agli emigranti, celebrai la Messa in piemontese con il messale di don Fusero. Poi a Cordoba mi mandarono a officiare in spagnolo e così, mescolando anche un po’ di italiano e di piemontese, me la cavai. In Brasile mi cimentai con il portoghese in una frazione sperduta. Quella domenica il Vangelo parlava di Gesù che caccia i venditori dal tempio e dopo la sacra lettura ci fu la rappresentazione. Non avevo mai visto una cosa del genere e ne fui entusiasta». Torniamo al discorso di prima. Finiti gli studi cosa fece? «Ordinato prete il 28 giugno 1959, rimasi ottanta giorni viceparroco a Sampeyre, otto mesi viceparroco a Bagnolo e otto anni a Paesana. Dopo di che, a 33 anni, arrivai a Crissolo». La passione della montagna? «Il tutto iniziò a Paesana quando un giorno alla settimana lo dedicavamo alla gita con i ragazzi. La prima settimana ad Agliasco, poi a Prato Guglielmo, quindi scollinavamo in Valle Varaita o dall’altra parte a Bagnolo, fino all’ultima gita: il Monviso». E così iniziò la storia del “Papa del Monviso”. «Accompagnavo i ragazzi con l’aiuto di una guida. La nostra filosofia era “O tutti o nessuno” e così negli anni abbiamo portato al “battesimo del Viso” più di 1.500 giovani. E tanti di quei ragazzi sarebbero poi diventate guide alpine». Mai rischiato grosso? «Una volta salendo per il Visolotto, verso il passaggetto del buco, a una ragazza mancarono le forze. Dopo dieci minuti di massaggi e di riposo dissi al gruppo che saremmo tornati indietro. Mancava poco alla punta e gli altri erano contrariati. Così decisi di prenderla a spalle, la legai a me con un giro di corda e la portai fino in cima. Ritornato al Gagliardone, sempre con la ragazza a spalle, j’ero sciòp, mi coricai un momento e mi accorsi della grande sciocchezza che avevo compiuto e mi ripromisi di non farlo mai più. Una sera del 1972 ero al “Quintino” con la guida Bano e stavamo fissando la luna sul Viso. Lui mi disse: “Sarìa bel ëndé su ora, l’avrìo gnanca damanca dla pila”. E io: “Andoma!”. Arrivammo all’una in cima e tornammo giù per ripartire con il gruppo alle 4. In seguito commentai con l’amico Bano che avevamo commesso davvero un’imprudenza perché il giorno dopo non avremmo potuto avere la prontezza di sempre». Quindi, quante ascensioni sul Viso ha fatto? «Più o meno 120, 53 Messe e due matrimoni, ma dei matrimoni mi pentii. Il padre della sposa, mio compaesano, mi disse: “Don Luigi mi te perdonerai mai lòn ch’a l’has fame, l’has marià mia fija ’ns ël Viso e mi j’ero pa. Dovìes nen përmettilo, perché ’n pare e na mare a l’han gòj ëd voghi ij fieuj ch’as mario”. Da allora, quando mi era richiesto, consigliavo agli sposi di celebrare il matrimonio in chiesa con i parenti e di ripetere la funzione sul Viso il giorno dopo». Una vita dedicata alle montagne. Lei è stato responsabile del soccorso alpino, giusto? «Entrai nel soccorso alpino nel 1968 e ne fui il responsabile fino al 1989, cioè fino a quando diventò professionistico e uscì la storia dei rimborsi. Allora decisi di fare un passo indietro. Ricordo quando, con la guida Bano, stavamo portando un ferito grave sulla barella sulle spalle. Al passaggio delle Sagnette il ferito mi diede un colpo con il piede. Mi fermai e decisi per l’estrema unzione. In 34 anni abbiamo riportato a valle 71 salme con una media di due o tre interventi a settimana». I “suoi” paesi? «Nel 1968 a Crissolo c’erano 352 persone. Ora, tutto l’anno, ne vivono meno di 50, 11 a Ostana e 23 a Oncino. Fino a trent’anni fa, quando andavo su d’estate, c’erano i vecchietti al sole davanti a casa, che sentenziavano con delle battute da filosofi. Molte cose sono cambiate, alcune in meglio. Ricordo quando è stata eseguita l’arginatura del Po a Crissolo in cemento armato: facevo parte delle persone contrariate, ritenendolo uno sconcio, una deturpazione della natura. Negli anni, però, questa soluzione ha salvato il paese dai danni delle alluvioni. Questo per dire che non bisogna essere fanatici dell’ecologia a ogni costo, ma valutare il tutto di situazione in situazione». Dopo tutto ciò che ha fatto per la sua gente, lei sarà un punto di riferimento per tutti! «Le persone, specie in questi paesini, hanno bisogno di qualcuno che le ascolti. Chiedono consigli quando si avvicinano al mondo del lavoro, quando decidono di formare una famiglia oppure quando devono cambiare casa». Il rapporto con la sua famiglia è sempre stato buono? «Certo. Anche mio fratello entrò in seminario, ma quella non era la sua strada e scelse di continuare a lavorare la campagna, per poi imparare il mestiere di muratore. Mia mamma mancò nel 1972, così mio padre mi fece da sacrista a Crissolo per circa 14 anni e ci facemmo buona compagnia. Sovente, ricordando il malinteso sul mio nome di battesimo, scherzavo dicendogli che aveva preferito una vacca a me». E con il clero? «Buono. Tirando le fila sono felice di aver dedicato la maggior parte del mio servizio in montagna. Ogni volta che mi hanno proposto uno spostamento verso il fondovalle ho rifiutato, perché in questi piccoli centri non mi avrebbero rimpiazzato. Non ho mai voluto tradire la mia gente, ho dedicato anni a creare qualcosa e non ho voluto abbandonarla. Beh, poi non voglio dimenticare che nel 1989 accompagnai l’allora vescovo di Saluzzo, mons. Sebastiano Dho (poi nominato ad Alba, ndr), fin sul Re di pietra. Lassù in punta iniziò a pian­gere come un bambino e telefonò persino in Vaticano».